DALLE LETTERE DI SAN GIUSEPPE MARELLO

 

 

TRE LETTERE DEL PERIODO SEMINARISTICO

(1864-1867)

 

 

 

1                                            AL CHIERICO STEFANO ROSSETTI

                                               [S. Martino Tanaro, dopo il 5 ottobre 1864]

 

Dai Colli Sammartinotanarei

Sesto periodo dell’Era autunnale divisa in sei ventine

 

Carissimo di Montafia

 

Riccio mi ha scritto l’altro ieri una lettera terribilmente comminatoria citandomi a rendere ragione della mia strana condotta cogli amici. A tuo riguardo poi mi ha scritto che tu gli hai scritto che io non ti ho mai più scritto. Come vedi non posso togliermi da questo ginepraio di scritti senza uno scritto di giustificazione

- similia similibus curantur dice l’adagio medico -.

Dunque? dunque a titolo di scusa ti metterò sott’occhio la mia situazione da un mese in qua. Sarò breve perché il tempo stringe ed io debbo ancora mandare la mia circolare di scusa a molti altri individui compresi Riccio e Motta.

Prima della metà dello scorso settembre cominciò in mia casa un viavai di forestieri Torinesi che venivano a godere le delizie campestri more solito —. Or fa tuo conto che scese di capo io dovessi avere in tutti questi trambusti di vita nuova. Toccava a me il fare gli onori di casa, toccava a me il regolare le cose in modo che tutti quei poveri foresi si inebriassero delle gioie campestri e non se ne tornassero a Torino annoiati e malcontenti. Quindi è che, io doveva accompagnarli a visitare i punti culminanti del paese, i punti trigonometrici e topografici delle principali alture insomma le cose più ragguardevoli del microscopico villaggio. Arrogi (maledetta parola; mi è caduta dalla penna senza che me ne accorgessi) la sciagurata notizia che ci piombò addosso del trasferimento a Firenze della Capitale. Oh, questa è stata grossa! Immagina pure uno scompiglio un tafferuglio un correre un affannarsi una confusione babelica insomma, che non ti allontani punto dal vero a giudicare della mia situazione in quei giorni. Dal Convento delle Missioni mi spaventava don Vandero parlandomi di aggressioni violente di notti di S. Sulpicio e di mille altre simili diavolerie. Mi intimidavano i miei cugini da Torino mandandomi su per posta i noti opuscoli Roma e Torino,  Firenze è Roma? Osvaldo Osvaldi. Mi mettevano in terribili apprensioni le paure del Parroco il quale mi legittimava i suoi terrori sciorinandomi in prova una dozzina di giornali d’ogni colore. Venivano da ogni canto lettere di amici e di parenti che mi dipingevano con tinte oscurissime le stragi della Provvisoria. Mi era cagion di paura la firma del mio ex principale  che io vedeva in calce ai proclami del comitato di salute pubblica sul piede di quello della Rivoluzione Parigina del secolo passato. Aggiungi a tutto questo anche un po’ d’interesse alla questione come possidente e padron di casa a Torino; aggiungi ancora la smania del politicante che mi faceva trasudare di spasimo per le paure di trabalzi antieconomici e poi giudica tu stesso se io avessi o no il diavolo in corpo in quei supremi momenti. Ora la questione della capitale è stata posta sottocenere ma non perciò il mio cuore è tranquillo sui futuri eventi economici del povero Piemonte sacrificato ad un’idea.

Adesso entriamo in un altro genere di avvenimenti che implicano non più interessi nazionali ma solo interessi locali. Voglio dire la venuta a S. Martino dei signori: Avvocato Arrò - Canonico Penitenziere - Canonico Direttore Spirituale - Vescovo Giovanni Balma - Segretario Guigonis, ecc. Ma a onore di quel Santo tanti preti a S. Martino? dirai tu; attendi e saprai.

Non so se per l’addietro te lo abbia già detto che il mio Arciprete aveva preparato una gran solennità spirituale per la festa del Rosario. Or bene sappi che il sig. avv. Arrò è venuto a mettere in pergamo la sua parola di cuore per preparare con apposito triduo i Sammartinesi alla venuta del Prelato di Tolemaide  per confermare nella fede i giovani Cristiani di San Martino Tanaro. I due Canonici vennero a prestare assistenza per il pontificale del Vescovo ed a togliere per un istante l’anomalia d’un Vescovo senza Canonici e dei Canonici senza Vescovo.  Ciò posto devi notare che S. Martino pei cinque o sei giorni che . decorsero prima della festa del Rosario pareva proprio una Capitale in faccende per la festa della Nazione. Tutte le autorità Municipali, Ecclesiastiche, Pèdagogiche, ecc., erano in un moto perpetuo. Il Parroco era in treno a preparar la Canonica Il Sagrestano a preparar la Chiesa Il giardiniere a preparar l’arco trionfale —  Il municipio a preparar complimenti I pirotecnici a preparar i fuochi d’artificio Il chierico Marello a preparar le Iscrizioni

Il Clero a preparar la popolazione per la Cresima —  I maestri a preparar gli scolari per le solite cantilene di ricevimento (tra parentesi perdonami e scusami del gocciolone d’inchiostro che mi è caduto or ora dalla penna nella grande foga dello scrivere) tutti gli operai del paese attorno a prestar il loro servizio per le tappezzerie decorazioni opere ornamentali etc. Per darti un’idea del lavoro immenso di tutte queste diverse persone ti dico soltanto che il lapidario (ch. Marello) ha dovuto lavorare alle sue iscrizioni due giorni di seguito sino a mezzanotte.

Le feste che si fecero all’arrivo e nella permanenza del Vescovo furono tali che si possono meglio indovinare coll’aiuto della fantasia che raccontare col mezzo della penna. Perciò io credo più opportuno lasciarne la descrizione dentro il calamaio e passare avanti alla terza facciata.

Non voglio però abbandonare il fatto delle feste Sammartinesi senza dirti qualche cosa della persecuzione civile che ebbe a subire il povero lapidario. Dio ti guardi dagli ignoranti e principalmente dai semidotti e dai saputelli. Dopo di aver compilate le iscrizioni per l’arco trionfale e per la porta del tempio prima di manuscriverle a stampatello sui quadrilunghi mi son fatto premura di sottoporle alla revisione delle autorità Municipali ed Ecclesiastiche dalle quali aveva avuto l’incarico. Non avendo esse trovato nulla a dirvi sopra io seguitando il mio compito le ho scritte intelaiate e mandate a collocare. Che vuoi? Il flebotomo del paese solito com’è a mettere i suoi ferri dappertutto ossia dovunque sonvi foruncoli a scorticare, con un’audacia ammirabile si avanza a cacciare i suoi ferri scorticatori anche sulle mie iscrizioni e a fraintenderle in modo orribile. Pensa che s’era incocciato a dire (e lo blaterava ai quattro venti e nel quartier maggiore della sua Barbieria) che l’iscrizione dell’Arco era una parola d’ordine di sovversione; era un motto sovversivo, una minaccia alla patria, e gran mercé se il povero autore non venne segnato alla pubblica esecrazione dai zotici popolani che prendevano la beccata del Barbiere e tenevano le sue parole come roba di Vangelo. Oh poltrone d’un flebotomo! questa è marchiana; perché hai trovate nella iscrizione le parole Patria, indefesso e zelatore e tu avanti a dire che il Vescovo era un nemico della patria indifesa. O popolo popolo e anche tu gridavi dalli al lupo commentando con quei tuoi modi grossolani l’antifona di quella bestia patentata... O mio Rossetti ho ancora adesso il fiato grosso e la tremarella in corpo per la paura di subire il martirio. Fatalità degli equivoci!

Ora veniamo alla questione della leva. Bisogna essere sfortunati in tutto. Sabato a sera sento correre nel paese la notizia desolante che il chierico Marello ha estratto dall’urna il numero... indovina un po’... il numero cinque ~- Oh rabbia --- vado a benedizione tutti mi dicono con mal rattenuto sorriso e con mal finta compassione che il mio è stato il n. 5. Questa è bella. Vado a dormire sogno il cinque: Tutti quelli del paese hanno passato il cento io solo debbo inghiottirmi la pillola amara del cinque. Domenica mattina vado a messa vado a sepoltura passo accanto ad una persona che mi porge un piccolo rotolino di carta; a prima vista credo di dover fare con un parente del defunto che mi offre il pacchett  ma alzando gli occhi in viso allo sporgente m’accorgo dell’equivoco e riconosco il Sindaco e il biglietto del mio numero. Ho appena il tempo a ringraziarlo ironicamente del suo perfido cinque... mi caccio in tasca il malaugurato biglietto e vado alla sepoltura. Tanta era la mia bile per quel maledetto numero cinque che non volli nemmeno vederlo stampato sul biglietto e tornando a casa sulla sera già stava per gettarlo via, quando mi venne l’ispirazione di vederlo... Santa Madre di Dio... 128... mi frego gli occhi persuaso di sognare… oibò... cen..to..ven..tot..to... Ti assicuro che in quel momento son proprio caduto dalle nuvole... Possibile... qui non c’è via di mezzo o che è stata una burla crudele il fare ad arte correr voce che io avevo tirato il cinque o che è stato una burla crudelissima del Sindaco di darmi il biglietto di un altro. Mentre ti scrivo non son ancora potuto uscire da questo bivio tremendo. Dio voglia che la burla venga dalla parte della moltitudine come vendetta della mia iscrizione!!!

Mi sono posto davvero allo studio della Teologia e non lo interromperò più fino al giorno della partenza.

        Giovedì avrò a S. Martino i due Damiassi  e don Vandero i quali verranno a restituirmi la mia visita di sabato.

Ho ancora qualche cosa da dirti? Sì. il principale. Debbo pregarti di conservarmi sempre la tua preziosissima amicizia e di avermi per scusato se indugiai finora a compiere il mio dovere in risposta alla tua gentilissima lettera di un mese fa. Attendo una lettera da Montafia che mi dia nuove del tuo stato presente e che mi dica se tu continui sempre ad amare coll’antico affetto il tuo amico

Beppo  M.

 

Ti prego di compatirmi se ho scritto male e in fretta quello che più conta c’è il cuore voglio dire.

Addio.

 

 

 

 

3                                              AL CHIERICO GIUSEPPE RICCIO

          [S. Martino Tanaro, dopo il 20 giugno 1866]

 

                 Peppino mio,

 

Mi affretto a rispondere al carissimo tuo scritto dopo un lasso di alcuni giorni: non aveva francobolli ora sono provvisto. Sicché? a quest’ora il colpo sarà fatto, e con che aggiustatezza; ti ho sempre visto inesorabile e fermissimo nei tuoi propositi, suppongo dunque che anche in codesta nuova circostanza ti sarai mostrato in tutta la pienezza della tua ferrea e tenace volontà. Mi hai riferiti anche in dettaglio tutti i particolari del fatto; quantunque ha un minuto ragguaglio d’una cosa che sia essenzialmente delicata non si possa veramente con cognizione di causa trarne giudizio da una persona lontana e fuori, dirò così, dall’ambiente della questione, tuttavia, tutto ben ponderato, mi pare che il miglior modo di evitare una immensa possibilità di ignorate conseguenze fosse proprio un ragionevole e dignitoso rifiuto. Evvivano i rifiuti, intendiamoci, di cose pericolose, perché se si trattasse di un amico che ti fa la proposta di venirlo a trovare dopo la Battitura del grano, oh in questo caso la cosa cangerebbe aspetto e dovrebbe invece gridarsi Abbasso i rifiuti Viva l’accettazione. Ah ah ah!!! Guarda un po’ che mentre io vado facendo la difesa del rifiuto, tu da Agliano vinto e convinto dalle ragioni lampanti e persuasive di madama e di tota non abbi già abdicato alla deliberazione di non accettare. Se così fosse io sarei medesimamente al coperto perché, come ti dissi di sopra, l’essenza del fatto è interamente riposta nella concorrenza eventuale di certe piccole circostanze che potrebbero rendere opportunissima anzi necessaria una condotta per parte tua diversa da quella che mi accennavi nella lettera. Basta ne parleremo a fatto compiuto; d’altronde tu non sei uomo da lasciarti infinocchiare così su due piedi; due occhietti che stiano sull’avvisato, un po’ di malizia da volpe, un po’ di prudenza da serpente, un po’ di contegno da leone, un po’ di paura da Cristiano, ecco ciò che devi garantirti da tutte le eventualità presenti e future. Così lasciando che tu mi spieghi poi tutto in una prossima lettera passo ad altro.

        Tu mi racconti gli episodi dei primi giorni feriali in Agliano. Eccoti dal canto mio la storia dei miei: congedatomi da te alla porta di S. Quirico  andai a prender nota dell’Orario e tornai in Seminario Oh quante memorie visitai ancora una volta lo studio, diedi ancora una volta un mesto addio a quel silenziosi corridoi, alla mia diletta cameruccia testimone di tante cose, abbracciai ancora una volta alcuni compagni che colà si trovavano e m’incamminai lentamente e col cuore gonfio alla volta della stazione. Il tempo non mi faceva difetto: mi cacciai dentro la bottega di un figaro, volgo tagliabarbe; lo richiesi del suo uffizio che mi prestò con una sollecitudine e principalmente con una abilità che avrebbe disgradato uno sfregio. Col volto rosso per le tracce delle recenti battaglie entrai nel convoglio e mi ridussi a Vaglierano. Quivi un vecchio Omnibus mi fece fare un’oretta di solitaria penitenza dentro il suo disagiato coupé; a S. Damiano discesi e mi assorbii la pillola amara d’un viaggetto al sole per tutto il tratto di cammino che resta a farsi fino al sospirato San Martino.

Or ci siamo. .Il cuore si apre alla gioia rivedendo i nostri cari parenti in salute, la casa paterna, la nostra cella particolare. e quei mille oggetti che ci suscitano in cuore tante belle ricordanze delle ferie che passarono. In mezzo a tutte queste risorgenti memorie mi era dolce, il ricordare te e gli altri cari amici il supporvi al mio fianco precorrendo col desiderio il tempo in cui avrei goduto realmente questo piacere. Una cosa che negli altri anni mi era oggetto di tristezza oppur d’indifferenza in quest’anno all’incontro mi fu di non poca consolazione: l’esser in regola dal lato della coscienza

Così è: quando in mezzo alle gioie terrene possiamo far risplendere anche un raggio delle contentezze che vengono dal cielo, oh allora il nostro cuore è più soddisfatto la nostra felicità è più intera. Domenica scorsa (la prima)  abbiamo fatto nientemeno che una passeggiata militare alla cerca delle ciliege: mi spiego. li Signor Provveditore degli studi D. Torchio G. B. Arciprete di S. Martino ha fatto formale invito al Signor Maestro di condurre la scolaresca ad una passeggiata militare. Le provviste di pane e vino vengono fornite dalla Canonica, la meta del viaggio ossia i fusti di ciliegi da scalare sono designati ed offerti dal Signor Vicecurato (il quale mi lascia di ringraziarti gentilmente per il servizio del tuo buon calamaio che gli ha fatto trovare non la parrocchia ma la seconda idoneità). Il clero dunque il rappresentante della facoltà insegnante e la scolaresca in buon ordine e perfetto contegno fece la sua marcia, eseguì il comando di evoluzione sugli alberi fortunati, esaurì il programma che dichiarava di fare una buona scorpacciata, e ritornò trionfalmente con canti ed evviva al paese. Ti assicuro che i mille incidenti di quella graziosa partita mi hanno divertito assai.

In passando, per non farti venir malinconia con notizie dispiacevoli ti dirò in fretta che se avessimo indugiato un giorno a partire il Vicario  avrebbe prolungato la partenza ai 20 secondo la ottenuta licenza del ministero: l’abbiamo scampata bella eh?

Siamo in guerra. Chi può mai prevedere in questo momento in quale mare terribile ci sobbarchiamo! Dio voglia che non debba essere questa una guerra di subisso e di morte per il povero Re per la povera Italia. Lø fortuna delle battaglie pende incerta e fluttuante; il coraggio, la forza numerica, gli aiuti della strategia influiscono Sino a un punto: e poi comincia l’arcana ragion delle eventualità che sta sempre chiusa nel pugno di Dio. Oh a Lui non piaccia che questa povera patria dopo il sacrifizio di tante sostanze e di tanto sangue venga costretta a subire una vergognosa pace. Per quanto sia male amministrata la cosa pubblica non è mai lecito desiderare che il governo del proprio paese passi a mani straniere. Noi dobbiamo piuttosto pregare il cielo che dopo la vittoria dei nemici esterni ci renda anche vincitori dei perniciosi sistemi inaugurati dai nemici interni ut e manibus inimicorum nostrorum liberati serviamus illi Forse quando tu mi scriverai di nuovo le cose avranno già preso un indirizzo più determinato; adesso sarebbe intempestivo ed incertissimo ogni pronostico dunque a allora il parlarne. Ora torniamo a noi. Dunque anche tu hai esordito bene nelle vacanze? E Aluffi in quale posizione si trova? sicuramente non è una bella alternativa quella di sborsare parecchie migliaia di lire o di mettere il fucile in spalla. Anche tu poveretto te ne sentirai non avendo più allato il tuo più caro e fedele compagno delle vacanze. E noi quando ci rivedremo? Spero che quest’anno si potrà finalmente attuare la tanto lungamente sognata unione dei due continenti cioè delle due rive del Tanaro   Perbacco non si lavora tanto laggiù all’istmo di Suez per tagliare il passo ai due mari come si lavora qui a congiungere quei due benedetti lidi, i quali non aspettano altro che un nostro cenno per darsi l’amplesso. Su questo prenderemo poi le opportune intelligenze; per ora dobbiamo contentarci di avvicinare le distanze cogli scritti e colle notizie. Gran bella cosa la posta. Essa ci fa passare delle ore divine; ci congiunge in spirito cogli amici più cari; ci dà il modo di parlar loro a nostro bell’agio le dolci e soavi parole dell’amicizia, ci somministra i mezzi di trasmissione di tutti i sentimenti di tutti i palpiti del nostro cuore. Oh serviamocene soventi di questa divina messaggera che è la posta, serviamocene per comunicarci reciprocamente le gioie e i dolori per ridere e piangere insieme per mettere in comune le nostre speranze e i nostri timori, per confermarci con vicendevole incoraggiamento nell’arduo sentiero della virtù. Or qui sento una pena a doverti dir addio ma è pur forza che metta fine allo scritto dovendo dar corso ad altre risposte che reclamano da me sollecitudine ed urgenza. Questo è anche il motivo per cui ho dovuto coniarti qui una risposta, come si dice, all’apostolica mi rassicura però il pensiero di averla scritta come si scrive nel linguaggio del cuore Addio ricordati dei tuo Beppo lungo il giorno e nei momenti in cui elevi nella preghiera la tua anima in Dio. Io feci e faccio altrettanto per te, desideroso che in cielo come quaggiù in terra siano uniti i nomi dei due

Beppi

    - Mi raccomando alla sera per il solito sguardo in vai di Tanaro.

 

 

 

 

4                                                 AL CHIERICO STEFANO ROSSETTI

                                                         [S. Martino Tanaro, l° agosto 1866]

 

 Amico mio diletto,

Ho ricevuto con grande piacere la compitissima tua lettera scritta nella grande lingua cioè nella lingua mondiale della Francia. A parte la boria francese debbo dirti che questa lingua mi piace e che tu scrivendomi francese mi hai dato la soddisfazione di leggere quattro pagine d’un amico scritte collo stile franco ed attraente dell’inimitabile Fenelon. Tu sorridi? ebbene lascia che ti dica due parole di schiarimento. Non mi era mai messo di senno a principiare quest’aureo libro delle Avventures de Telemaque. Mi son voluto mettere di proposito; passate le prime noie delle prime pagine ho cominciato a sentire leggendo un qualche cosa che non era più noia e che a poco a poco si andava avvicinando al diletto d’una lettura amena; sono arrivato alla fine e mi son sentito il cuore grosso per l’emozione e la mente inebriata dalla storia di quelle grandezze così ineffabilmente pennelleggiate. Oh quanta ricchezza di sapienti e forti consigli quanta dolcezza di amore in quel libro! Ho benedetto il grande prelato francese che ha concepito un così stupendo poema di grandezza antica ma ho anche benedetto la lingua francese che non sempre in meretricia gonnella si prostituisce nel trivio non sempre si presta a vestire le impudenze e gli aberramenti d’una sfacciata consorteria di demagogi ma bella di celeste splendore canta i trionfi della virtù e magnificamente esprime i consigli della saggezza... Permettimi dunque di dirti che io leggendo il tuo giudizio sul Michelet, calda la mente ancora delle belle pagine di Telemaco, mi son creduto di leggere uno di quei bei tratti del Romanzo francese dove il grande scrittore col volo poderoso dell’aquila si leva a meditare sulle molteplici contingenze dell’umana famiglia. Ora ti dico, se pure già non l’hai presentito, il motivo per cui non ti faccio risposta in francese... Fatti i calcoli a ragion di quello che ti scrivo in lingua nazionale e che mi richiede un paio d’ore se io avessi dovuto compilare una lettera in francese ci avrei dovuto mettere alla men trista un paio di giornate. Neh che non son fuori dal vero? un paio di giornate. E poi? e poi a non dir né tutto né mezzo a storpiare a guastare insomma a malmenare una lingua nella quale sono men ancora che principiante... Non perdiamo tempo: avanti.

       Sono le dieci e mezzo: sto scrivendo dalla mia cameruccia da notte mentre gli altri dormono i placidi sonni della notte. L’onta di avere anch’io come tu hai fatto, tardato a trasmettere all’amico delle nuove, ha fatto si che senza mettere tempo in mezzo appena ricevuta la tua scritta mi son messo attorno a farti la risposta. Le scuse poi di non averti mai scritto sono le seguenti: scusa unica fondamentale sommario cronologico delle vicende avvenute dopo la separazione a Villafranca: arrivo a Torino e incontro di Motta, giovedì incontro di Gay , venerdì incontro di Vandero Faggiani Lusana etc., sabato partenza di Motta, domenica visto nessuno, lunedì partenza di Lusana; visita al Teologo Elia e confessione di tutto; martedì malattia che mi obbliga a differir la partenza al mercoledì, partenza arrivo a S. Martino dopo vari incidenti di viaggio; malattia; visita del medico e intimidamento d’una ricaduta nelle febbri tifoidee ; otto giorni di cura rigorosa: mente quieta acqua e dieta; visite di congratulazione e di formalità varie seccature etc. Ecco la scusa fondamentale. Dopo di essere guarito non seppi subito scrivere agli amici (tu sei il primo) e volli anzi tutto provarmi a riempire quel grande vuoto (non parliamo del vuoto fisico perché questo era orribile e non ci volle meno d’una settimana di cura mandibolare mediante la quale smaltiva quasi un chilo di pane al giorno) morale che mi aveva lasciato la malattia e lo sconcerto di essere venuto via da Torino senza aver potuto salutar nessuno. Perché devi sapere che durante l’astensione assoluta d’ogni occupazione mentale nel periodo di una settimana il mio povero cervello andava continuamente in processione in una specie di semiletargo e sognava gli amici i viaggi le conversazioni i propositi le speranze i dubbi le incertezze i disagi le emozioni i dolori le vicende di questa misera vita umana. A certi momenti il letargo era completo era il sonno che veniva a togliermi da quella semirealtà per gettarmi in un vortice di visioni più strane e fantastiche delle prime. Sognava di essere con Motta, e si discorreva e si andava lontano lontano e la parola veniva meno mentre gli occhi lampeggiavano e parevano rivelare la luce armonizzante interna dei pensieri. Sognava di essere teco sui comignoli delle altissime montagne a specolare le spaventevoli profondità degli abissi, e a un tratto ci trovavamo seduti accanto al letto di notte a vegliare; e le nostre parole erano animate e il nostro cuore palpitava nell’ardore e nell’allettamento di speranze dorate in un non lontano avvenire; ... e poi tu mi sparivi dal fianco e mi trovava solitario e la solitudine aumentava ognor più e tutto mi si diradava d’intorno e allora non sentiva più nulla nessun bisogno nessuno, e il riposo diventava poi allora cheto e tranquillo finché mi svegliassi e fare l’inventano delle visioni sognate. Puoi dunque di leggieri immaginarti quanta difficoltà per tornare ai libri e alle antiche abitudini e ripristinare il mio stato. Quante difficoltà! non aveva più voglia di nulla. Mi era proposto di fare delle letture francesi oibò non poteva attaccarmi in nessun modo. Doveva fare lo spoglio di tutte le mie carte e metterle a dovere: nemmen questo mi andava a sangue. Aveva portato su da Torino un libro nuovo di sei volumi Francese, sullo spirito della storia e sul modo di studiarla (se vuoi leggerlo.., debbo dirti che è ai tuoi comandi?) era tanto come pestar acqua nei mortai ché in una facciata ho sgangherata la bocca in cento sbadigli e sono stato costretto a installano in un canto della scansia ché non lo avessi più sottocchio. Vandero mi mandava su regolarmente il Torino e l’Emporio e l’Illustrato e il Diavolo e talora il Cavour il Somaro etc. Nossignore non c’era verso a invogliarmi per qualche cosa. Sai dov’erano tutte le mie delizie? lndovinala in cento. Erano nel letto dormire come una marmotta alla sua epoca. Passai alcuni giorni in questo stato di pretta e pura vegetazione e poi mi cominciai a dire Ehi Pinottino mio che gioco giochiamo? se intendi di menar la vita del beato Farnulla oh davvero che la sbagli di grosso; questa è una novità che deve avere il suo fine. Orsù coraggio, qualcosa devi fare hai scelta sbrigati e comincia da qualche cosa, dal piccolo si viene al grosso, quel che importa è principiare... ho principiato e ci son riuscito e ho già letto il Telemaco insieme a molti altri libri e adesso sto già lavorando di lena attorno a cose ben più importanti. Tu hai letto Michelet ed io ora sto raccogliendo memorie  per un quadro di cui ciò che tratta il filosofo e storico Francese non è che una parte un episodio. Dissi male sto raccogliendo perché propriamente le memorie le ho già raccolte di lungo in tre anni che sto esaminando le piaghe della società; ora le sto solamente coordinando a un grande principio ad un’idea fondamentale che sia come l’anima il centro della tela. Adesso che sono andato a Torino ho raccolto le ultime memorie che hanno il loro addentellato colle prime di due anni fa; così nel giro di queste vacanze spero di poter completare i miei studi in proposito ed avere alfine un lavoro terminato, mi dia il cielo lena, coraggio e pazienza.

Ora di do alcuni ragguagli di Torino. Gay ha preso felicemente due esami: quello del liceo e quello di licenza lui fortunato. Ho trovato Perruccati  e gli ho fatti interpretativamente i tuoi saluti. Ho sentito Bardessono il coraggioso il terribile Bardessono l’oracolo delle signore Torinesi. Tu mi spalanchi un tanto d’occhi. Or vedrai. Bardessono è un giovane sacerdote nobile e bello; nobile non di quella nobiltà di prima linea, ma pur di quelle che sono sufficienti, congiuntamente al suo ministero, a dargli intratura tra le prime famiglie di Torino; bello d’una bellezza, come si dice, di gioventù: freschezza e brio. Le sue conferenze hanno un misto di Lacordarie (dal quale ha preso il nome di conferenze) dei Domenicano Romanini e di Giordano; aggiungivi ancora un po’ di spolvero di declamazione studiata ed espressa con coraggio ed energia. Esso sceneggia al vero la vita dell’alta società (poiché predica all’alta società) moralizza come un Savonarola e flagella i vizii della presente generazione con una disinvoltura molto originale. Se lo vedessi quando parla della calunnia (io ne ho sentita la predica) e la dipinge la terribile agitatrice della pubblica pace e quando si scaglia sui calunniatori e li minaccia sulla tremenda responsabilità della loro mal sussurrata parola, oh lo crederesti proprio il terribile frate di Fiorenza quando scuoteva i popoli dal vizio colle minacce dell’ira di Dio. Ma quando lo vedi tutto dolcezza e miele col parlar carezzevole lusingare le signore nel loro amor proprio e pregarle a voler fare offerta dei loro ciondoli dei loro smanigli orologi per addobbare la Chiesa (ha raccolto in una sci volta in anelli smanigli orologi ecc. dalle signore l’ammontare di oltre L. 5000) e intanto proiettare quel suo sguardo penetrante attorno attorno e palparsi sul petto il fermaglio della stola per mostrare quella sua mano candida e ben tornita, oh allora dici anche tu che le menti esaltate e spiritualizzate del sesso di Maria bisogna pur che simpatizzino con quella bella creatura che da quel pergamo con quella parola calda e insinuante fa palpitare i loro petti nell’emozione del vero e del bello. E tanto si spinse la cosa che le gentili Torinesi nell’ultimo giorno del mese di Maria ai Martiri 8 hanno fatto coprire sul pergamo i contorni del parapetto di mille e mille rosini olezzantissimi intrecciati in bella armonia di colori e a tratto a tratto alternati con rose di più grande calice. Oh delicato pensiero di fare in modo che quella delicata manina non più sul rozzo legno si posasse ma sopra un molle tessuto i fiori intrecciati con lungo studio e grande amore dalle amorevoli uditrici. E tanto si spinse la cosa che esso un giorno per fioretto alla Madonna a un punto della predica comandò il ginoc-arm a tutto l’uditorio: e fu obbedito; e un’altra volta comandò che tutti portassero il domani a predica una rosa in mano e fu obbedito un’altra volta comandò che per il Corpus Domini tutte le famiglie di Doragrossa avessero messi fuori gli arazzi se no guai a loro; li avrebbe fatti arrossire in pubblico: e fu obbedito. E tanto si spinse la cosa che sotto i portici si trova esposto il suo ritratto fotografato in grande e in piccolo in una posa e in un’altra colorito e non colorito. Ne hai abbastanza di questo brano di storia? Il tempo passa: è già un po’ di tempo che le undici hanno rimbombato lente lente attraverso lo spazio che separa il colle e il campanile di Govone  della mia cameruccia; dalla mia bocca si è già svolto a poco a poco il fumo d’una sigar[ett]a e mi fa venire in mente la brevità del tempo che impiega la parca a svolgere tutto il filo della nostra vita. Dalla camera vicina viene fino a me il leggero respiro del dormiente... Mi affaccio alla finestra e vedo la natura o piuttosto non vedo la natura tacitamente intenta al lavoro della vegetazione della grande gestazione che si compie nel suo grembo. Rossetti veniamo a noi. Nella tua lettera mi fai sovvenire una cosa che io classifico tra le mie più belle reminiscenze. Qualche mese fa a quest’ora si lavorava sotto un lumicino solo reciprocandoci il coraggio e la pazienza per affrontare e sopportare il disagio del non concesso riposo. Talora si discorreva e si meditava. Oh quei discorsi e quelle meditazioni non andarono perdute. Di tutte le parole che si dicono fra gli amici io faccio tesoro dentro il cuore e ve le incide per non dimenticarle mai. Ora addio mio caro; non ti auguro la buona notte perché l’ora è troppo tarda e mi è lecito supporre che tu poserai già il capo sul capezzale del riposo; aspetto che le tue pupille si aprano al bacio mattutino della luce e ti do il ben levato e ti auguro un buon cominciamento delle abitudini della giornata. Addio. Scrivimi presto ed aprimi confidentemente il tuo cuore perché già lo saprai che le lettere di Rossetti giungono sempre care come un messaggio di pace

Al suo devoto amico

Beppo

 

PS. - Perdonami se ho scritto scorrettamente e forse talora senza flesso, ho gettato giù in fretta la filza dei pensieri che si affollavano e si confondevano nella mente.

Presto scrivo a Faggiani e concerteremo la passeggiata; intanto ti porterò il volume dell’Assedio; saluta quelli che vedrai da parte mia, e tu scrivimi presto e a lungo. Addio.

La tua lettera l’ho ricevuta alla sera del primo agosto, non ho ancora ricevuti i libri che tu dici di avermi spediti colla lettera; credo però che questo non vorrà essere altro che un contrattempo della posta.

 

 

 

 

 

TRE LETTERE DEL PERIODO SACERDOTALE

(1868-1888)

 

 

 

17                                            A UN AMICO SACERDOTE

                                              [Asti, sabato 14 novembre 1868]

 

 

Carissimo in G. C. Fratello, 

 

Dopodomani parto per Torino e ti scrivo due linee in fretta, così per darti il buon giorno e offrirti i miei servizi per quello che ti potesse bisognare all’ex capitale; avverti però di spedirmi la risposta o qui in tempo utile prima del dopopranzo di lunedì, oppure a Torino presso il Sig. Giuseppe Bussi  via del Gallo N. 7.

Dunque come va la tua carriera? Coraggio  china la testa e avanti.

Il confessionale non ti imbroglia ancora preghiera e predicazione. Monsignore spera grandi cose dal nostro corso.  Poverino. Bisogna che lo confortiamo col nostro aiuto; egli ha molte belle intenzioni e desidera solo essere secondato dallo zelo dei suoi sacerdoti.

Io vorrei dirti mille cose, ma il tempo stringe e mi riservo ad una prossima occasione. Mi raccomando alle tue preghiere  oremus ad invicem ut salvemur. Scrivimi sovente e a lungo: è un gran bene che mi fai e che io cercherò in qualche modo di ricambiarti mutuo incoraggiamento.

Addio  sono nel cuore dolcissimo di Gesù

 

Tuo aff.mo fratello G. M.

 

Volta il foglio.

 

PS. - Ritratto ciò che ho detto sopra. Se ti occorre qualche cosa scrivi direttamente a Torino perché partiamo subito lunedì mattina; oppure procura di venire tu stesso. Abbiamo molto tempo di buono per parlare visitare e pregare, neh? Cerca modo di far questa gita e ti assicuro il denaro non sarà perduto. Addio Addio. La Madre SS. ti abbia sempre sotto il suo manto.

Una cosa ti dico ancora. Ci scriveremo sovente, ma facciamo in modo da ambe le parti che le nostre lettere possano essere essenzialmente confidenziali e non possano cadere sotto l’occhio di chicchessia. Siamo intesi. Scrivimi col cuore e non tacermi nulla. Addio.

Sia lodato G. C.

 

 

 

26                                      A DON STEFANO DELAUDE

              [Asti, verso il 2 febbraio 1869]

 

Carissimo in Cristo Fratello,

Avrai ricevuto le messe che ti ho spedite col postiglione di Castellalfero; ti prego di sospendere al punto in cui ti trovi, mutando l’intenzione e seguitando a celebrare per conto mio se sei libero.

    Bada però di prender nota del giorno in cui cangi indirizzo perché sappi poi dirmi quante ne hai celebrate colla prima intenzione e quante colla seconda. Potresti per es. fermarti sulla quarta inclusive di quelle sei che ti ho commissionate e andare avanti sino a venticinque nella celebrazione del numero indefinito che intendo commissionarti col presente foglio. Terrai tutto registrato, come dissi, e me ne darai, in una prossima occasione, un cenno per mia norma. Se non mi sono spiegato troppo chiaramente sarà questo un motivo per deciderti a venir tu in Asti per le opportune delucidazioni.

Coraggio, coraggio mio caro Collega, il tempo incalza. Guai a noi se ci troveremo sprovvisti il dì della battaglia. Armiamoci ed armiamoci presto; la preghiera, il distacco dalle cose che passano, lo zelo per la gloria del Signore, la fame e la sete della giustizia, l’operosità per il riscatto delle anime, lo spirito di sacrifizio di mortificazione di penitenza ecco le armi che dobbiamo affilare tenendoci tutti stretti alla stessa bandiera, pronti allo stesso appello, esercito permanente della Chiesa la quale ci ha chiamati a sua difesa contro i nemici potenti e numerosi.

Strinsi in questo momento la mano al buon Delmastro che venne da Monsignore per le nuove disposizioni. E’ la prima volta che vedo questo angelico sacerdote e ti assicuro che me ne trovo soddisfatto: un candore, un’ingenuità che t’incanta; una soavità di modi, una dolcezza di conversare che è superiore ad ogni prevenzione. Ti confesso che il concetto in cui lo teneva prima di conoscerlo ha subito nella mia mente una modificazione di accrescimento anzi che di diminuzione: ecce bonus Israelita in quo dolus non est; ecco il sacerdote senza amor proprio, il ministro di Dio zelante ecco... ecco... mille non so che... ecco... una figura che mi dà la vera idea del prete... ecco un modello che vorrei generalizzare (senza pregiudizio delle indoli diverse) in tutta la diocesi.

Basta facciamo punto perché a voler consegnare alla carta tutto ciò che passa per il cervello, tutto ciò che muove i palpiti del cuore non si finirebbe in cent’anni. Lascio questa faccenda a te che hai tempo e buona volontà e discreta speditezza di mano. Scrivi le tue impressioni, i tuoi desideri, le tue speranze, i tuoi disgusti e tutto ciò che può essere oggetto di curiosità per un galantuomo o dirò meglio, d’interessamento per un amico, e manda giù. Preghiamo assieme nella festa della Purificazione affinché la nostra buona madre ci faccia conoscere le nostre vie, ci faccia diventare buoni P. Crociati.

 

Uniti nel cuore di Gesù. M. e D.

 

Viva Pio IX Pontefice e Re.

 

PS. -  Tanti saluti per parte del nostro amico dei persici Quaglino Felice.

 

 

 

 

PRIMA REDAZIONE DEL TESTAMENTO

(1873)

 

 

       Nel nome della Santissima ed individua Trinità, Padre Figliolo e Spirito Santo. Cosi sia.

Io sottoscritto povero peccatore, considerando che in ogni momento sto alle porte dell’eternità e che conviene ogni giorno essere preparato alla morte, mentre sono sano di corpo e di mente nel seguente modo dichiaro la mia ultima volontà.

Raccomando l’anima mia alla misericordia infinita del Signore che mi trasse dal nulla e mi redense dalla schiavitù del demonio; ed affinché mi assistano nell’istante estremo i conforti di nostra santa religione, prego tutta la Corte celeste ad intercedermi una fede viva, una speranza ferma e un’ardente carità con cui difendermi dalle tentazioni e serbarmi rassegnato al divino volere.

Consegno il mio corpo alla sepoltura che la Madre Chiesa mi vorrà concedere all’ombra della croce, pieno di riconoscenza filiale per tanti benefici da Lei ricevuti, e per questo estremo di comporre in pace le mie ossa accanto alle ossa di quelli che mi precedettero col segno della fede e già s’addormentarono nel sonno del Signore.

Istituisco mio Erede universale il Sacerdote Don Celso Egidio Motta nativo di Viarigi, al quale vado debitore di molte cose che formano un secreto al di qua della tomba e saranno una preziosa rivelazione al dì del giudizio. L’impiego delle poche mie sostanze, quantunque gli sia stato a viva voce e distintamente designato, credo conveniente per sua tranquillità determinare nuovamente in questo scritto:

Di tutti i beni mobili ed immobili che mi caddero in proprietà per diritto di successione all’eredità paterna e materna  desidero sia detratto il valore netto di lire tremila e il restante passi in proprietà del mio fratello unico e carissimo. Non sono compresi fra i detti beni i libri i quaderni gli scritti ed ogni altra carta che fosse già di mio uso personale in tempo del mio chiericato; le quali cose saranno da mio fratello consegnate all’Erede universale. Questa destinazione fiduciaria data alla maggior parte della mia proprietà in questo scritto testamentario per uso privato intendo che il mio Erede la mantenga nonostante le disposizioni diverse scritte nel testamento formale, servendosi solo di queste nel caso che avesse a subire molestie da mio fratello ed incontrasse dal medesimo qualche opposizione all’esercizio fiduciario dei suo uffizio di mio esecutore testamentario ed erede universale.

Le tremila lire sopra designate congiunte agli altri valori in cartelle del debito pubblico e a tutto il restante della mia proprietà formeranno un capitale da essere impiegato nel modo seguente:

—  Lire mille al Parroco pro tempore di S. Martino al Tanaro affinché le adoperi in quel modo che gli parrà tornare a maggior gloria di Dio.

Lire mille a Caterina Marello nata Secco cognata del defunto mio padre, alla quale mi lega un debito di antica riconoscenza e di costante amore.

—  Lire mille al Canonico Teol. Giovanni Cerruti perché ne faccia quell’uso che crederà meglio in Domino.

— Quanto rimane della mia proprietà spero di poterlo più distintamente designare in certi usi particolari a norma delle circostanze; ma se per qualsiasi motivo non fosse da me fatta a viva voce o per iscritto ulteriore disposizione intendo che il mio Erede universale impieghi il valore effettivo (nel quale non si comprendono i libri e tutte le altre cose in natura della cui destinazione lascio lui arbitro) per un terzo in opere di beneficenza per un altro terzo per fare a Monsignore mio Vescovo Veneratissimo e Carissimo un fondo che Egli potrà spendere o ritenere prout melius censuerit, e per l’ultimo terzo in servizio proprio e secondo le sue viste personali.

—  Questi riparti mirano solo a classificare le categorie di persone che hanno diritto alla mia riconoscenza piuttosto che ad esprimere desideri miei particolari e quando tornasse a maggior gloria di Dio che le disposizioni sopra descritte venissero alterate io fin da questo momento rinunzio alla propria volontà e dichiaro espressamente di permettere che le poche mie sostanze abbiano a servir sempre ad majorem Dei gloriam; anche per compenso dell’uso men retto che ne fece in vita il suo ultimo depositario.

—  Desidero che una buona porzione delle mie carte più diligentemente riunite e classificate non passino per altre mani fuori quelle del mio Erede universale alla cui discrezione le rimetto. Tutto il resto, come di sopra è fatto cenno, è ad libitum et arbitrium suum, padrone di farne dei regali, specialmente cogli effetti di vestiario, alle persone che mi assistettero nella mia ultima infermità Il rito funebre e i suffragi siano quali verranno suggeriti dalla carità e compassione verso un povero peccatore che ha grande bisogno di spirituali sussidi e di preghiere intercessorie presso il trono di Dio piuttosto che di funebri pompe al cospetto degli uomini; e in questo mi raccomando alla pietà e alla compassione illuminata di chi è ad un tempo e amico fedele e Sacerdote dell’Altissimo.

 

In fede,  Asti 6 luglio 1873, Festa del Preziosissimo Sangue.

 

Sacerdote Giuseppe Marello

 

 

 

 

 

 

TRE LETTERE DEL PERIODO EPISCOPALE

(1888-1895)

 

 

140                                                             AGLI OBLATI DI SAN GIUSEPPE

                                               Roma, 5 febbraio 1889

 

 

Omnibus et singulis praesentem litteram inspecturis salutem in Domino. Quante cose da dire et omnia bona. San Giuseppe ci ha custoditi nel viaggio e ci ha portati sani ed incolumi nell’eterna Città. Ieri dopo un po’ di riposo e di refezione al corpo, ci recammo a ringraziar Dio del buon viaggio ed a prestare i primi tributi di pellegrini ai Principi del luogo anzi del mondo i Santi Apostoli. Innanzi alla loro tomba ho cominciato le litanie delle invocazioni pro me et carissimis meis e l’ho continuata oggi alla tomba di altri gran Santi. Su quella di San Pancrazio, il martire fanciullo, che bel bacio ho stampato anche a nome dei fanciulli della nostra famiglia! La litania non finirà così presto perché i Santi di cui ho da impegnare il patrocinio in questa città sono a centinaia, e poi debbo mantenere la promessa data.

Sono poco più di ventiquattro ore che son qui e mi pare già un mese; tante sono le cose vedute e le persone avvicinate che fanno violenza al mio pensiero per distaccarlo da Santa Chiara. Stamane siamo stati in Vaticano un paio d’ore ed abbiamo già spedite le faccende relative al Concistoro: visitato il Mastro di Camera, chiesta l’udienza al Santo Padre, fatto la Professione di fede e prestato il giuramento a voce ed in scritto alla presenza dell’Uditore Santissimo. Iniziato l’accordo col Vescovo eletto di San Severino per la consacrazione - forse nella Chiesa delle Oblate di Santa Francesca Romana. Abbiamo pure fatto visita al Cardinale piemontese Oreglia, che ci accolse benignissimamente.— Hodie sufficit. Se da parte mia farò il possibile per mantenere la promessa, da parte dei Fratelli si faccia altrettanto, Deus autem nos adiuvet et exaudiat semper — Iterum salutat omnes qui in Hospitio Clariano serviunt Deo.

                                                  Joseph una cum comite peregninationis

 

Per tranquillità di tutti e in special modo della buona Madre aggiungerò che il Cav. Aicardi ci tratta proprio da fratello e fece in modo che Mgr. Torchio restasse in sua casa anche di notte.

 

 

 

 

142                                         AGLI OBLATI DI SAN GIUSEPPE

                  Roma, 9 febbraio 1889

 

Litteras vetras accepi, fratres in Christo carissimi, et hisce litteris meis venio ad vos.

Mi valgo di tutto il tempo disponibile per continuare il pellegrinaggio alle tombe dei Santi. In questi pochi giorni quante udienze graziose ho avuto già da molti di Essi! È assai più facile presentarsi ai Principi del cielo che a quelli della terra, e mentre devo attendere il permesso di accedere ai dignitari della Chiesa militante e contentarmi di vedere da lontano (almeno per ora) il Papa ed i Cardinali, vado con tutta libertà a trovare San Pietro nel carcere Mamertino, San Paolo nella sua sotterranea dimora, San Lorenzo e Santo Stefano nel loro comune riposo, San Filippo nel suo Oratorio per le messe lunghe, Sant'Ignazio nella sua cella, San Leonardo da Portomaurizio nel luogo delle sue aspre penitenze, Sanctos qui consummati in brevi expleverunt tempora multa nelle stanzette da loro abitate (in quella di San Luigi celebrammo la Santa Messa e ci fermammo un paio d’ore), Santa Caterina da Siena, Santa Francesca Romana, San Felice da Cantalice, Santi Filippo e Giacomo, San Leone e San Gregorio Magno etc. etc., ché il punto è già troppo lungo.

Un periodo anche lungo meriterebbe anche la funzione funebre di Giovedì nella Cappella Sistina. Il Santo Padre ha fatto l’assistenza al funerale per Pio IX di beata memoria, coll’intervento dei Cardinali, Vescovi, Principi romani, Dignitari d’ogni Ordine ecclesiastico e secolare. Il canto ricercava tutte le fibre del cuore e la voce del Papa Leone che invocava, benedicendo, l’eterna requie all’anima dell’Antecessore mi pare ancora di sentirla e provarne una commozione che non si può descrivere.

10 Febbraio ore antimeridiane Ieri sera finalmente potei vedere da vicino il Santo Padre, baciargli il piede, stringere la sua mano, conversare con Lui dalle 5 e mezza alle 6 e tre quarti ed ascoltare dalla bocca del Vicario di Gesù Cristo verba vitae. Attorno al Successore del Principe degli Apostoli formavamo corona sette designati alla missione apostolica ed oh quanto coraggio c’infondeva nel cuore la presenza di quel Santo Vegliardo! Che salutari consigli, che sagge norme di vita episcopale! quali incitamenti alla carità, alla mansuetudine, alla costanza di proposito e soprattutto alla prudenza evangelica.

Su questo punto volle insistere commentando le parole di San Gregorio, che chiama questa virtù l’Abbadessa di tutte le altre, ed il detto d’un Pontefice, parmi, «si sanctus est oret pro nobis, si doctus est doceat nos, si prudens est regat nos». Ma non m’è possibile anche solo accennare le tante cose ascoltate in quella memorabile conferenza preceduta da paterni incoraggiamenti a ciascuno in particolare e terminata coll’apostolica benedizione a tutti. Domani a sera siamo invitati ad un’altra conferenza e domanderò nuove benedizioni pro omnibus meis iuxta singulorum vota.

Ora tanti Deo gratias per le preghiere con cui mi aiutano in questi giorni i miei diletti fratelli e tutte le buone birbe di Santa Chiara. I Santi di Roma pagheranno loro la retribuzione per me.

Alle singolari domande, risposta singolare. Don Cortona sarà soddisfatto nelle sue commissioni per quanto dipende da me. A lui poi do commissione di salutare tutte le Vincenzine e in particolar modo la Madre,  cui dirà che ogni giorno all’ora consueta ho il mio buon pan-pist; di ricambiare affettuosi saluti al Curato nostro carissimo; di ricordarmi al Canonico Cantino, al Canonico Mussi, a Don Rossetti, Don Vergano, Don Raimondo, e agli altri Sacerdoti benemeriti di Santa Chiara; di dire una parolina speciale a Don Ferrero, di comunicare le mie notizie alle Convittrici dell’Opera Milliavacca, e per mezzo del Canonico Cantino alle Suore di Carità, di salutare insomma omnes salutandos.

10 Febbraio, ore pomeridiane Essendomi recato a pranzo dal Cardinale Oreglia, non ho potuto allungare questa lettera (che è pure sufficientemente lunga) secondo il desiderio, e per farla partire presto debbo rimandare ad altro giorno le risposte ai singoli. Don Cortona le farà interpretative per me e dirà a ciascuno degli scrittori della lettera collettiva che ho messo in cuore e bene addentro (comprese quelle di Don Giovanni)  le loro affettuose parole e tutte le famigliole da loro rappresentate. Domani mi circonderanno ai piedi del Santo Padre e la stessa benedizione scenderà sopra il loro capo e sopra quello del Vescovo di Acqui Joseph Sanctae Clarae

Ai Fratelli Leone e Benedetto: non mi occorre più nulla e tutto va bene.

 

 

 

 

153                                                 A DON GIOVANNI BATTISTA CORTONA

                                                                      Acqui, 2 luglio 1889

 

Carissimo in Domino.

 

Sono veramente in stato d’assedio e tuttavia farò in maniera di spedire a S. Chiara quattro parole di risposta alla lettera ricevuta. Mi par bene di fare il solito invito al Pr. Mgr. Pechenino: intanto potrà visitare il Padre, saldare il conto di Mgr. Bertagna  e fare il cambio d’una cartella per ritrarne almeno un migliaio di franchi. Fr. Stanislao si abbia altrove le benedizioni del Signore; in S. Chiara non era al suo posto. Non potrà dire che i Fratelli di S. Giuseppe non abbiano abbondato in pazienza con lui.

Domenica accompagnerò con mille benedizioni i cari Fratelli che vanno a Pinerolo. Darò loro come nell’anno passato un biglietto da cento per Monsignor Sardi,  al quale presenteranno anche i miei saluti. A tutti gli altri fratelli mille raccomandazioni in Domino. Protector noster adiuvet eos semper. L’aiuto di questo grande protettore si estenda anche su tutti gli studenti e possano riuscir bene i loro esami ed avere in ricambio della consolazione che hanno data a me coll’affettuosa loro lettera l’abbondanza delle grazie divine. Tanti saluti alla Madre e a tutta la sua famiglia grande e piccola. Un Deo gratias all’indirizzo di Don Giovanni per la sua lettera pastorale a Fr. Leone. Sarà la prima d’una lunga serie ed il modello delle altre. E Don Carandino? si faccia istruire da Don Baratta sull’itinerario per Acqui. Ciò che non scrive ora la penna dirà poi la voce viva fra quindici giorni. Le visite (oh quante!) mi fanno accorciare le lettere e render breve anche questa che vorrebbe il cuore lunghissima.

    Don Cortona saprà bene allungare leggendo molte cose tra le linee. Tutti intanto ringrazieranno meco il Signore della buona salute e della tranquillità d’animo che mi concede in queste prime settimane di straordinario lavoro. Sì, Deo gratias che mi regge la mente ad esaminar tante cose e in lunghe conferenze col Vicario e in pazienti letture di carte che fanno già montagna sul cancello. Deo gratias del sollievo che mi è dato nelle molteplici occupazioni dall’affetto dei buoni Acquesi.

    Le visite (a centinaia), i baciamani (a migliaia), le funzioni in varie Chiese, i discorsetti più o meno brevi, gli esami dei chierici stancano il corpo ma, Deo adiuvante, danno vigore allo spirito. Questo aiuto divino me lo impetrino sempre colle loro preghiere i miei carissimi di S. Chiara ed io non mancherò d’invocare anche sopra i diletti Fratelli di S. Giuseppe omne datum optimum quod de sursum est.

Iterum salutat omnes in osculo sancto

 

+   Joseph  Ep.us

 

Fr. Leone dice anch’esso mille cose ai Fratelli lontani.