LETTERE PASTORALI
(1889-1895)
Prima Lettera Pastorale al clero e al popolo della Diocesi d’Acqui [1889]
GIUSEPPE MARELLO
Vescovo d’Acqui
Ai Venerabili Fratelli e Figli, in Cristo dilettissimi
Dignità, Canonici, Parroci, Clero
Ottimati, Magistrati e Popolo della Città e Diocesi
PACE E SALUTE NEL SIGNORE
Pax vobis. La pace sia con voi, o Venerabili Fratelli e Figli dilettissimi. La prima parola che v’indirizzo è un saluto di pace, un augurio di bene; saluto ed augurio che non comprenda soltanto quella pace, quel bene a cui aspira per naturale tendenza il nostro cuore, ma un bene incomparabilmente maggiore e del tutto soprannaturale, la pace vera che nella venuta di Gesù Cristo sulla terra fu dagli angelici cori annunziata agli uomini di buona volontà; che è nella vita presente un riflesso di quell’ineffabile stato di contento e di amore che si chiama gloria nella seconda vita, e come discende dal cielo così fa simile, quanto si può, al cielo la terra. Del tesoro di questo bene è costituita, depositaria e dispensatrice la Chiesa dal suo Fondatore divino, poiché per mezzo di lei si imparano quelle verità, si ricevono quelle grazie in cui trovano il loro riposo la mente e il cuore. Ministro io, sebbene indegno, della Chiesa e mandato a voi dal suo Capo visibile, nel. darvi quel saluto di pace, che vi rinnoverò ogni giorno dal santo altare, già incomincio la missione di comunicarla questa pace alle anime vostre. E’ dunque una. missione di pace quella che vengo ad esercitare fra voi; la stessa missione che per ben diciassette anni adempie il benemerito Pastore che tanto amaste, quella di molti personaggi insigni per scienza e virtù che illustrarono la Sede episcopale Acquese, quella di S. Maggiorino e di S. Guido che invochiamo protettori nostri nel cielo. Missione per voi salutare ma per me formidabile ed apportatrice di gravi sollecitudini ed anche di penosa trepidazione se non quietassi l’animo nella pace dell’ubbidienza, se non sapessi che troverà nella Diocesi molti ausiliari pronti ad agevolarmene il compimento.
E i primi ausiliari i più validi sostegni della mia missione sarete Voi, o Venerabili Fratelli, Dignità e Canonici della Cattedrale. La Chiesa, provvida madre, vuole che io mi appoggi al vostro sapere ed alla vostra esperienza nell’esercizio dell’episcopale ministero, e che voi in ogni difficile occorrenza mi siate larghi del vostro lume e consiglio. Già fin d’oggi vi esprimo la imperitura mia riconoscenza per tutti gli aiuti che vi domanderò fiduciosamente e che voi fraternamente mi presterete; e ringrazio il Signore che mi circonda di un Senato cospicuo per dottrina e virtù, per l’amor grande che porta alla Chiesa di Cristo, per l’attaccamento filiale alla Cattedra di Pietro.
Agli aiuti che dal consiglio e dall’opera vostra, o Venerabili Fratelli, io mi aspetto, vogliate aggiungere quello potentissimo della preghiera. Quando uniti nella Casa del Signore canterete le sue lodi e invocherete sul popolo le celesti benedizioni, vi sovvenga in special modo di me che a questo popolo debbo essere guida nel cammino della salute. Lo stesso aiuto io spero anche da Voi, o egregi Canonici, che nella Chiesa Collegiata di Campo Ligure pure attendete all’angelico ufficio di lodare e glorificare Iddio.
A voi pur m’indirizzo, o Venerandi Parroci, a voi che con me dovete specchiare in mezzo al popolo l’immagine del buon Pastore. Oh quanto mi è dolce il pensare che per voi la mia missione sarà feconda di bene in ogni più remota parte della Diocesi! che pel vostro zelo potrà adempiere meglio il pastorale ufficio: conoscere le mie pecorelle, assicurare loro il pascolo salutare, difenderle dal nemico rapace, guidarle all’eterno ovile.
Ma con tante anime da salvare lo zelo vostro non basterebbe se non vi fosse congiunto lo zelo di quei Sacerdoti, i quali, pur non avendo la cura d’un particolare gregge, debbono tuttavia per la grazia dell’ordinazione servire a Dio nei santi ministeri. Anche voi, Sacerdoti carissimi, siate immagine del buon Pastore, anche voi attendete sempre ad evangelizzare la pace. Guardate intorno: quanti giovanetti a cui è necessario spezzare il pane della parola di Dio! Quanti tribolati a cui un labbro inspirato dalla
carità di Gesù Cristo può comunicare la consolazione! Quanti peccatori a cui Iddio per mezzo del suo ministro vuol restituire la pace della coscienza! Sia tra voi, come tra i Parroci, una santa emulazione di zelo per la salute delle anime; e riceverete un giorno dal Principe dei Pastori la vostra corona di gloria. Cum apparuerit Princeps Pastorum percipietis immarcescibilem gloriae coronam.Una parola di affetto a voi rivolgo, o Sacerdoti del Clero regolare, che perseveranti nella sublime vostra vocazione camminate sulle orme gloriose di quegli eroi di santità Francesco d’Assisi, Giuseppe Calasanzio, Paolo della Croce. E’ prezioso il bene che voi fate nella Diocesi; sono graditi al Signore i vostri passi nel ministero dell’evangelica predicazione; fruttuose e benedette le vostre sollecitudini e fatiche in vantaggio della gioventù. Pochi di numero moltiplicatevi nel vostro zelo, con quello zelo che ha soltanto di mira la gloria di Dio e la salvezza delle anime e che nei vostri santi Fondatori ha operato meraviglie; e la mercede che non riceverete qui in terra l’avrete con essi abbondante in cielo. Gaudete, et exultate, quoniam merces vestra copiosa est in coelis.
A voi poi, o carissimi Alunni del Santuario, quante cose ho da dirvi che ora non mi è concesso pur di accennare! Sento perciò vivissimo il desiderio di trovarmi presto con voi; di parlarvi delle speranze che in voi ripone la Chiesa; di sollecitarvi a crescere in scienza e virtù affinché quelle speranze non vadano deluse; di rallegrarmi della corrispondenza vostra alle grazie che ricevete dal Signore per rendervi degni dell’altissimo ministero a cui Esso vi chiama. E si riempirà di santa letizia il mio cuore allorquando potrò imporvi le mani, e suscitare in voi novelli evangelizzatori di pace al diletto mio popolo.
Mi è pur dolce rivolgere la parola a voi, o Vergini del Signore, che in bel numero servite allo Sposo celeste nella Diocesi Acquese. Anche voi siete cooperatrici della mia missione, anche il vostro è un ministero di pace. Voi la invocate dal cielo questa pace nell’angelico ufficio della preghiera; voi la diffondete nelle famiglie educando le giovinette a quelle virtù che le formeranno buone madri; e da non poche di voi questo dono di Dio è portato nella casa del dolore al letto dei poveri infermi. Proseguite generosamente nel cammino in cui entraste animose, e Gesù vostro Sposo divino vi riempia il cuore di pace e di gaudio. Pax Christi exultet in cordibus vestris, pegno di quella pace perfetta, di quel gaudio perenne che vi è serbato in cielo.
Anche a voi, o illustri Personaggi che nella Diocesi presiedete alla tutela del pubblico bene, anche a voi mi sia permesso di indirizzare un riverente ed affettuoso saluto. Voi rappresentate quella potestà che è ordinata da Dio ed è ministra di Lui per il bene (S. Paolo ai Rom. XIII); ministra di bene, perciò ministra della pace che secondo la definizione di S. Agostino è la tranquillità dell’ordine. A promuovere insieme questo bene, questa pace, noi ci scambieremo l’aiuto opportuno; e un aiuto efficace lo invocheremo da Dio che è principio dell’autorità e che l’avvalora comandando a tutti di esserle sottomessi non solo per timore ma per coscienza, minacciando eterno castigo a chi le oppone resistenza (S. Paolo, ib.).
Ora a ciascuno dei miei dilettissimi figli vorrei, se fosse possibile, indirizzare una parola di affetto, un saluto di pace. Abbiatela tutti questa pace che l’amor mio vi desidera; né mai il maligno angelo, insidiatore antico di lei, possa farvela perdere colla ribellione alla divina legge. Mantenetevi ubbidienti alla Chiesa che la stessa legge vi insegna ad osservare amorosamente, e col cuore inondato di pace vivrete in quella vita di carità che è un’immagine, la migliore immagine che si possa formare quaggiù della vita celeste.
Essendo la preghiera uno dei principali atti di questa vita di carità, lasciate, o dilettissimi, che io vi rivolga un caldo invito a pregare. Sì, innalzate a Dio i vostri cuori e pregate. E primieramente pregate pel Sommo Pontefice Leone Papa XIII. Nel giorno in cui preconizzò il vostro Vescovo uscirono dal suo labbro, e più che dal labbro dal paterno cuore, belli auguri di pace per la cristianità, anzi per tutte le genti; poiché alla diffusione in
ogni parte della terra dell’evangelo di pace mirano sempre i suoi desideri, le sue apostoliche fatiche. Pregate il Signore affinché si compiano i voti di questo Padre amatissimo, ed egli vegga in mezzo ai suoi figli fiorir la giustizia e la pace.Pregate per l’Eminentissimo Cardinale di S. Chiesa Raffaele Monaco La Valletta, Decano del Sacro Collegio e Penitenziere Maggiore, il quale si degnò di consacrarmi a vostro Vescovo e pei due illustri Prelati Rocco Cocchia, Arcivescovo di Chieti, ed Ignazio Persico, Arcivescovo di Damiata, che assistettero alla mia consacrazione.
Pregate per l’Eminentissimo Cardinale Gaetano Alimonda nostro venerato Metropolitano, che in momenti di trepidazione pel mio cuore mi fu largo di consiglio e conforto.La Chiesa ci raccomanda colle parole dell’apostolo di pregare pro regibus et omnibus qui in sublimitate sunt, ut quietam et tranquillam vitam agamus (I Tim. II, 2). Pregate adunque per l’augusto nostro Sovrano, per la reale Famiglia, per tutte le Autorità; affinché Iddio conceda loro quei lumi e quella forza che si richiedono in chi presiede al pubblico bene.
La carità che vi stringe al vostro Pastore già vi muove a pregare per lui; deh vogliate anche innalzare a Dio una preghiera per quelle amate persone del Cui affetto la Divina Provvidenza benignamente lo circondava prima d’inviarlo tra voi; aiutatelo così a pagare il tributo della gratitudine verso coloro dai quali si deve staccare per essere tutto vostro. Pregate per l’angelo della Diocesi d’Asti Monsignor Giuseppe Ronco che gli fu padre e benefattore amatissimo; per i Canonici della Cattedrale che fu avventurato di poter chiamare col dolce nome di fratelli; per tutto il Clero di cui ebbe a goder sempre, anche senza merito, la preziosa benevolenza; per tante altre dilette persone delle quali serba memoria scolpita in fondo al cuore. In quest’ufficio di carità voi avrete, ne son certo, il ricambio, e la preghiera vicendevole sarà per tutti un mezzo di salute. Qremus ad invicem, ut salvemur.
Or conchiudo colla preghiera che deve essere sempre sulle labbra del buon pastore pronto a sacrificarsi per le pecorelle amate: oh Signore, aiutami a custodire nel nome tuo i figli che mi hai consegnati; dammi, che io possa, quando mi
chiederai conto delle anime loro, risponderti con gioia: ecco tutti li ho custoditi; nessuno di essi è perito.Colla fiducia che le comuni preghiere, avvalorate dalla potente intercessione della Vergine Santissima e dei nostri Santi Patroni, saranno accolte dalla divina bontà, e ci impetreranno ogni grazia desiderata, vi imparto, o Venerabili Fratelli e Figli Dilettissimi, la pastorale benedizione. Pax, et benedictio Dei Omnipotentis Patris, et Filiii, et Spiritus Sancti descendat super vos, et maneat semper. Amen.
Asti 31 Maggio 1889
† GIUSEPPE Vescovo
Sac. Pietro Peloso Segretario
Seconda Lettera Pastorale (1890)
GIUSEPPE MARELLO
Vescovo d’Acqui
Al Venerabile Clero e Dilettissimo Popolo della Città e Diocesi
SALUTE E BENEDIZIONE NEL SIGNORE
Nell’atto che vi comunichiamo, o Venerabili Fratelli e Figli in Cristo dilettissimi, la grazia dell’Indulto Quaresimale che la benignità del Santo Padre concede anche quest’anno alla nostra Diocesi, abbiamo pure la dolce consolazione di annunziarvi la Sacra Visita Pastorale. Noi ci accingiamo a compiere uno dei più gravi e insieme più graditi doveri del nostro ministero, e coll’aiuto di Dio, dopo aver celebrate le sante Feste Pasquali coi diletti Figlioli di questa Città, volgeremo i passi a visitare quelli non meno diletti che sono sparsi nella Diocesi. Come un padre amatissimo, se abbia numerosa famiglia non tutta raccolta intorno a sé ma divisa in luoghi diversi, non può far che non la visiti a quando a quando per mostrarle il suo affetto, informarsi dei suoi bisogni e, come può, provvedervi, porger salutari avvisi e, quando sia necessario, correggere amorevolmente: così il Vescovo, cui non è concesso aver sempre vicino a sé riunite tutte quante le pecorelle del gregge che Dio gli ha fidato, si reca a visitarle per ogni dove a fin di renderle tutte partecipi dei beni spirituali che pel suo pastorale ufficio è tenuto a dispensare. Il vostro Vescovo verrà dunque tra voi, o Dilettissimi, per il bene delle anime vostre; verrà, secondo il mandato che riceve dalla Chiesa, per procurare che in mezzo di voi si mantenga incorrotta la dottrina di Gesù Cristo, si conservino i cristiani costumi, fioriscano la Religione, l’innocenza e la pace. (S. Conc. Trid. Sess. XXIV, C.3).
Mantenervi e confermarvi nella fede e nella pratica delle cristiane virtù: ecco lo scopo della nostra Visita.
Senza la fede, quella fede che vi viene insegnata dalla Chiesa, è impossibile piacere a Dio (Paul. ad Hebr. XI, 6): alla fede, poi, come ci avverte l’Apostolo S. Giacomo, debbono corrispondere le opere. Qual vantaggio, egli dice, qual vantaggio, fratelli miei, se uno affermi di aver la fede e non abbia le opere? Potrà forse salvarlo la fede? E risponde: la fede senza le opere in sé medesima è morta; e soggiunge: siccome il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta (C. lI, 19). Gesù Cristo stesso aveva detto: chiunque ascolta queste mie parole e non le pratica sarà simile all’uomo stolto che edificò la sua casa sopra la sabbia: e cadde la pioggia e inondarono i fiumi e soffiarono i venti e imperversarono contro quella casa; ed ella andò giù, e fu grande la sua rovina (Matth. VII. 26.27).
Non basta dunque dire: io credo le verità della fede, accetto l’insegnamento della Chiesa, riconosco la sapienza delle sue prescrizioni, presto ossequio al Vicario di Gesù Cristo, mi tengo onorato del nome di cristiano; ma conviene ché a tal professione di fede corrisponda l’adempimento dei doveri che essa impone. Tu credi, o figliol mio; hai per certo che Gesù Cristo onde provvedere ai bisogni della tua coscienza ha istituito un Sacramento: dunque devi purificare la tua anima al tribunale di Penitenza. Tu credi; sai il testamento del Divin Redentore, che, non pago d’incarnarsi per amor tuo, patire e morire per riguadagnarti il paradiso, volle anche darti un pegno della beatitudine futura col Sacramento della Eucaristia: devi dunque confortar la tua anima accostandoti alla mistica mensa. Tu credi che la Chiesa abbia l’autorità di determinare colle sue prescrizioni in che modo i fedeli debbono eseguire i precetti generali del Divin Maestro: sei dunque obbligato a conformarti sempre ai suoi ordinamenti. Dio vuole santificato il giorno festivo; il Divin Maestro ti avverte mille volte della necessità di pregare; la Chiesa specifica i giorni da consacrare in particolar modo al Signore e in cui più specialmente che negli altri hai l’obbligo d’innalzare a Lui il tuo cuore; ti fa precetto di assistere in questi giorni al santo Sacrificio della Messa, di astenerti da certe occupazioni che ti distrarrebbero dalle sante sollecitudini del cielo: non devi dunque consumar nella cura dei tuoi temporali interessi e talvolta anche in passatempi mondani quelle ore che Dio vuole consacrate a sé ed agli interessi dell’anima tua.
Faccia Dio, o Dilettissimi, che possiamo vedervi tutti fermi nella credenza cristiana ed osservanti dei doveri che essa c’impone; che dappertutto possiamo trovare consolanti testimonianze della vostra fede operosa. Visiteremo le vostre Chiese, e abbiamo fiducia che tutto in esse ci sarà testimonio della pietà che ereditaste dai Vostri antenati. L’ornamento degli altari, le immagini ed i simulacri della Madonna e dei Santi, i vasi sacri, le suppellettili, gli addobbi e tutto ciò che occorre al decoro della Casa di Dio, ogni cosa ci parlerà del vostro amore al divin culto, della vostra devozione a Gesù Sacramentato, alla Vergine Benedetta, ai celesti Padroni. Allora potremo riconoscere che voi fate vostra delizia del luogo santo, e la vostra stessa presenza, il vostro religioso contegno ci diranno che voi vi accorrete volenterosi per ascoltare la parola di Dio, per assistere alla celebrazione dei divini misteri, per partecipare ai santi Sacramenti, per impetrare le grazie di cui avete bisogno a fin di conservarvi cristiani non solo nel nome, nella credenza, ma anche nell’esercizio delle opere che ad essa rispondono. Quivi, o Dilettissimi, imparaste a conoscere Iddio e l’amore infinito che Egli vi porta; quivi prometteste di riamarlo con tutto il cuore, sopra tutte le cose, per tutta la vita; e ne aveste da Lui promessa di aiuti per osservare la sua santa legge e conseguire poi il premio dell’eterna vita. Dopo quei giorni d’innocenza forse non poche volte avrete mancato alla vostra promessa, ma Egli non mancò mai alla sua. Tornando alla Casa del buon Dio vi ritrovaste novelle prove del suo paterno amore: sperimentata la vostra debolezza nella caduta, riconosceste da Lui solo la forza di rialzarvi e perseverare nel bene. Voi sciagurati, se non aveste fatto ritorno al seno di questo Padre misericordioso! Dove mai vi avrebbero condotto le vostre passioni, quelle passioni di cui sentiamo tutti la violenza, e che se non sono, colla divina grazia, da noi frenate, ci oscurano l’intelletto, ci corrompono il cuore, ci pervertono la volontà, e possono trascinarci ad ogni più grave delitto? Voi invece, assidui alla scuola del santo Vangelo, imparaste a combatterle quelle passioni, e cogli aiuti che la religione vi porge riuscite a dominarle.
Ditemi, o giovanetti, non è alla Chiesa che voi cominciaste a conoscere il vostro Creatore, a piegare per amor suo i vostri cuori al bene, ad essere docili, ubbidienti, volenterosi ai cenni dei Genitori; dove imparaste a conoscere, ad amare quel Gesù che volle farsi come voi fanciullo affinché poteste imitare in Lui quella semplicità, quella modestia, quel candore che vi rende così amabili e quasi angeli sulla terrà? Non è alla Chiesa, dove sentite che Egli circonda e protegge la vostra innocenza colle sue benedizioni, con quell’amore tenerissimo per voi che lo fa terribile e gli mette sul labbro spaventose parole contro chi vorrebbe esservi pietra d’inciampo? (Matth. XVIII, 6). Ah! veramente è solo con Gesù che voi, o giovinetti, potete aver scampo dalla corruzione del mondo e serbar casti gli affetti, immacolato il cuore.
Genitori cristiani, non è alla Chiesa che voi venite a ricevere da Dio il lume e la forza per adempiere i gravi doveri del vostro stato? Non è qui dove fu solennemente benedetto il vostro amore alla persona che vi siete scelta a compagna indivisibile per tutto il corso della vita? dove per il sacramento che l’Apostolo chiama grande (ad Eph. v. 32) aveste un pegno delle benedizioni che vi assistono nella educazione dei figli, che assicurano la concordia e la pace nelle vostre famiglie?
O ricchi, è nella Chiesa che voi ascoltate le terribili parole di Gesù Cristo: quanto è mai difficile che i ricchi entrino nel regno di Dio! (Marc. X, 23). E perché? Forse è male essere ricco? No certamente, se il possesso delle ricchezze è legittimo: è male attaccare ad esse il nostro cuore: or le ricchezze, ahi troppo spesso! attirano a sé il cuore dell’uomo. Ma voi udite pure dalla stessa bocca divina: Beati i misericordiosi (Matth. V, 7), e imparate anche da Gesù che il modo di rendere non pure innocue ma grandemente vantaggiose alla eterna salute le vostre ricchezze è fare l’elemosina di quel che avanza. (Luc. Xl, 41). Voi allora al cospetto di Dio comprendete meglio la grande legge della carità, di quella carità che tutti ci unisce in Lui e tutti stringe a farci scambievolmente del bene, ogni bene possibile; che impreziosisce questo bene dandogli tal valore come se fosse fatto a Dio medesimo. Oh! non ripeterà il Divin Giudice nel giorno delle eterne retribuzioni, che ogni più piccol favore prestato al minimo de’ suoi fratelli (e con tal nome si compiacque di chiamare singolarmente gli umili, i tribolati, i derelitti di questa terra) Egli lo ebbe in conto di favore prestato a se stesso? Amen dico vobis, quamdiu fecistis uni ex his fratribus meis minimis mihi fecistis » (Matth. XXV,40). Così, o ricchi, imparate ad assicurarvi un giudizio di misericordia ed i beni eterni del cielo col fare sentire le terrene ricchezze a quel fine per cui le avete da Dio ricevute.
E voi, o poverelli, nella casa di Dio voi non potete dimenticare che Gesù vi chiama beati, e vi assicura il regno dei cieli in ricompensa della vostra rassegnazione, del vostro spirito di sacrificio qui in terra. Beati pauperes quia vestrum est regnum Dei. (Luc. VI, 20). Voi ricordate che Gesù volle nobilitare la vostra umile condizione facendosi povero esso stesso. Non avete che un miserabile tugurio: ma Egli nacque in un presepio, Egli non ebbe dove posare la testa. (Luc. IX, 58). Le fatiche vi pesano; ma Egli venne riputato figlio d’un falegname e sudò in una bottega. Voi siete disprezzati: ma Egli sostenne le calunnie, gli insulti, gli obbrobri e persino la morte per assicurarvi una eterna felicità. Confortandovi in questi santi pensieri voi soffocate nel vostro cuore ogni rammarico, ogni sentimento di invidia: ringraziate anzi il Signore che abbia reso facile a voi, assai più che ai ricchi, l’acquisto del paradiso; vi accostate maggiormente a quel Gesù che vi chiama e vi attrae con quelle dolcissime parole: Venite a me voi tutti che siete affaticati ed aggravati ed io vi ristorerò; prendete sopra di voi il mio giogo ed imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore e troverete riposo alle anime vostre. (Matth. XI, 28,29).
Che se alcuno fra voi, o Dilettissimi, non conoscesse più per sua sventura le ineffabili dolcezze del trovarsi unito coi fratelli nella casa del Padre Celeste e ne fosse tenuto lontano dal peccato, oh! Noi speriamo che in occasione della Sacra Visita vorrà ricordarsi l’infinita misericordia di Dio e far prontamente ritorno all’amoroso suo seno. Così tutti con la coscienza tranquilla e con la pace nel cuore avrete il gaudio spirituale di unirvi al vostro Vescovo nelle sacre funzioni che egli andrà celebrando. Noi ci recheremo insieme là dove riposano le ossa dei vostri genitori, dei fratelli, della sposa, dei figli, dei parenti, degli amici, e in quel sacro recinto. tra quelle tombe silenziose, imploreremo da Dio l’eterna requie alle anime benedette dei vostri cari defunti. Così vuole la divina bontà che, mentre ci scambiamo l’aiuto della preghiera fra noi, non ci scordiamo dei trapassati, e per quel vincolo di carità, che ad essi tuttora ci stringe, li rendiamo partecipi di quelle spirituali ricchezze che noi possiamo tesoreggiare a nostro e a loro vantaggio.
Avremo poi, o Dilettissimi, la consolazione di celebrare nelle vostre Chiese ed à beneficio delle anime vostre la Santa Messa, e di farvi partecipare con Noi alla sacra mensa distribuendovi di nostra mano il pane degli angeli. Noi speriamo che vi accosterete tutti a questa mensa celeste per rinvigorire l’anima vostra e per arricchirla dell’Indulgenza Plenaria che il Sommo Pontefice Leone XIII concede a coloro che in occasione della Sacra Visita confessati e comunicati visiteranno la propria Chiesa parrocchiale ed ivi pregheranno devotamente secondo la Sua intenzione.
Parteciperemo insieme, o Genitori, ad una dolcissima e santa gioia quando ci saranno presentati i vostri figli perché Noi segniamo le loro fronti col sacro Crisma e facciamo discendere in essi Io Spirito Santo, che li ricolmi dei suoi molteplici doni e imprima nelle loro anime quel carattere indelebile che deve renderli perfetti cristiani. Lo Spirito Santo infonderà nei loro ettari un più vivo desiderio di conoscere, di osservare la legge di Dio, e Voi, o Genitori, in quei solenni momenti rinnoverete il proposito di vigilar sempre con ogni sollecitudine affinché essi sul vostro esempio a quella legge si mantengano costantemente fedeli.
Oh! qual santa giornata passerete, o Dilettissimi, in unione col vostro Pastore se assisterete ai santi esercizi che la Chiesa vostra madre vi propone e che Noi vi abbiamo di sopra indicati; se avrete l’animo disposto ad accogliere con docilità filiale i consigli, le esortazioni, che in nome di Dio vi indirizzeremo con paterno affetto; se renderete per parte vostra efficaci gli atti del pastorale ministero che dovremo compiere in mezzo a voi. Deh! fin d’ora leviamo insieme fervorosa preghiera a Dio affinché la Sacra Visita ridondi ovunque a maggior gloria di Lui e a santificazione delle anime; affinché niuno resti privo di quei vantaggi spirituali a cui la stessa Visita è ordinata.
Nel pregare vicendevolmente per noi, per questa Diocesi, non dimentichiamo i bisogni della Chiesa universale, e preghiamo in modo speciale per Colui che ne ha da Dio il supremo governo, pel Santo Padre Leone XIII, che al bene di Lei ha consacrato ogni pensiero dell’alta sua mente, ogni affetto del suo gran cuore, la sollecitudine di ogni istante della sua vita. Di questa illuminata operosità a vantaggio del popolo Cristiano una prova novella ci è data nell’ammirabile Enciclica Dei principali doveri dei cittadini cristiani, che Noi godiamo di potervi comunicare. Oh, preghiamo il Signore che gli conceda di vedere da tutti accolti i suoi salutari insegnamenti, dappertutto praticati quei doveri di cui s’intesse la vita del vero cristiano.
Preghiamo altresì per l’Augusto nostro Sovrano, per la Reale Famiglia e per i Poteri dello Stato. Pregate, o V.F. e F.D. anche per noi che di tutto cuore vi impartiamo la Pastorale Benedizione.
Acqui 2 Febbraio 1890.
† GIUSEPPE Vescovo
Sac. Pietro Peloso Segretario
DISPOSIZIONI
per la Visita Pastorale
I. L’apertura della Sacra Visita avrà luogo nella Chiesa Cattedrale il giorno 13 del pv. aprile, Domenica in Albis. In questa domenica alla Benedizione del Venerabile si farà precedere il canto dell’inno Vani Creator in tutte le Chiese parrocchiali della Diocesi ed anche negli Oratorii dove si conserva il SS. Sacramento.
II I MM. RR. Signori Parrochi riceveranno qualche tempo prima l’avviso del giorno in cui ci recheremo a visitare la loro Parrocchia. Desideriamo che sia fatto precedere al nostro arrivo almeno un Triduo di predicazione affinché i fedeli possano meglio disporsi a ricevere le grazie e le benedizioni annesse alla S. Visita e segnatamente l’Indulgenza plenaria che il Sommo Pontefice benignamente concede in questa occasione. Esortiamo perciò vivamente i Signori Parrochi a coadiuvarsi vicendevolmente tanto per la predicazione quanto per le confessioni.
III Pel ricevimento in ciascuna Parrocchia e per l’ordine delle funzioni si osserverà possibilmente quanto è prescritto dal Pontificale Romano e dal Cerimoniale dei Vescovi.
IV Dichiariamo fin d’ora che non accetteremo ospitalità in altro luogo che nelle case parrocchiali. Vogliamo però che ciò sia col rninor disturbo possibile e preghiamo i Signori Parrochi a farci la carità di tralasciare ogni pompa e superfluità nel vitto che desideriamo sia parco, frugale e giusta la regola segnata dal Sinodo pei pranzi delle Conferenze Ecclesiastiche.
V Preghiamo i Signori Ecclesiastici dimoranti nella Parrocchia di trovarsi presenti al nostro arrivo, e quindi prestarci il loro aiuto nelle Sacre funzioni della Visita; in questa occasione ci presenteranno il maneat se sono extradiocesani; le patenti se Confessori, Vice-parrochi, Cappellani; il libro delle Messe; i documenti della Canonica istituzione se Beneficiati.
VI I MM. RR. Signori Parrochi terranno in pronto per la visita i Registri parrocchiali compreso quello dei Cresimati, lo stato d’anime, le scritture riguardanti la prebenda e la Chiesa parrocchiale coll’indice relativo, la raccolta delle provvidenze emanate dall’Ordinario Diocesano, le Sacre Reliquie colle loro autentiche, le suppellettili, gli arredi ed i vasi sacri.
VII Dichiariamo fin d’ora interdetti pel tempo posteriore alla Visita le suppellettili, gli arredi ed i vasi sacri che si fossero presi a prestito e quelli che venissero scientemente sottratti alla nostra ispezione.
VIII Gli Amministratori delle Chiese, Cappelle, Compagnie, Confraternite ed anche dei luoghi pii soggetti alla nostra giurisdizione prepareranno i libri di contabilità coi relativi documenti per sottoporli alla nostra disamina ed approvazione.
Terza Lettera Pastorale (1891)
GIUSEPPE MARELLO
Vescovo d’Acqui
Al Venerabile Clero e Dilettissimo Popolo della Città e Diocesi
SALUTE E BENEDIZIONE NEL SIGNORE
Venerandi Fratelli e Figli in Cristo Dilettissimi,
Si avvicina il tempo della Santa Quaresima, tempo innanzi a Dio accettevole, tempo di riconciliazione e di salute; ed a Noi, Pastore delle anime vostre, incombe il dovere non solamente di annunziarvelo, ma anche di esortarvi colla maggiore effusione, di cui è capace il nostro cuore, a santificarlo con frutti degni di penitenza.
L’obbligo di far penitenza intimato da Dio ai nostri primi Parenti, e in essi a tutta la loro progenie, dopo il gran fallo commesso, vien ripetuto pressoché ad ogni pagina dei Libri Santi, nei quali inoltre ci è chiaramente annunziato che chi non vorrà soddisfare ad un così stretto debito non potrà conseguire l’eterna salute. « Fate penitenza. Se non farete penitenza, perirete tutti allo stesso modo ». Agite poenitentiam (Ezech. XVIII.30.). Nisi poenitentiam egeritis, omnes similiter peribitis (Luc. XIlI.5).
Se noi per poco entriamo in noi stessi e diamo uno sguardo alla nostra coscienza, troviamo che innumerevoli colpe ci rendono debitori innanzi alla divina giustizia, e che la carne colle sue suggestioni, il mondo colle sue lusinghe, il demonio colle sue tentazioni ci creano continui pericoli di ricadere; di modo che non v’ha forse alcun peccatore, il quale nei momenti che ritorna in se stesso non senta il bisogno dell’espiazione prima di comparire al cospetto del Divin Giudice, che non tremi al pensiero di essere sorpreso dalla morte senza aver fatto frutti degni di penitenza.
Ma una tal penitenza, di cui siam facili a riconoscere la necessità, e senza la quale non osiamo sperare la divina misericordia, come e quando noi la facciamo?
Ah! noi ci rendiamo simili a quei debitori negligenti, i quali pur ammettendo la realtà di ogni loro debito, trovano poi mille scuse e vani pretesti per eluderne o differirne il pagamento, non riflettendo che più tardano e più si rendono difficile e quasi disperata la loro condizione. Il tempo per gli affari, pei piaceri, per molte opere anche peccaminose si trova sempre, ma il tempo della penitenza non viene mai; si attende sempre il buon momento e l’ora opportuna, ed intanto or per una scusa, ora per un’altra il momento di compiere il dovere non giunge: passano i giorni, passano mesi, passerebbe forse la vita intera senza che il nostro cuore si risolvesse a correggersi, se la carità della Chiesa, di questa tenera madre sempre vigile e sempre sollecita pel bene dei suoi figli, non venisse a scuoterci dal nostro sonno e preservarci da una negligenza così pregiudizievole alla nostra eterna salute.
Convinta del bisogno in cui ci troviamo, Ella appoggiata alla autorità ricevuta dal suo Divin Fondatore, oltreché in ogni caso ci stimola a vivere bene e da piangere le nostre mancanze, determina anche dei tempi che sono più propizi a tal fine e ci prescrive pratiche particolari, destinate a disarmare la divina giustizia ed a soddisfare i debiti contratti coi nostri peccati. Ed è nella Quaresima specialmente che con voce più forte ci intima il grande precetto: «Se non farete penitenza, tutti perirete»: nisi poenitentiam egeritis, omnes similiter peribitis: intende che ci prepariamo a risorgere degnamente col nostro Divin Redentore nella Solennità di Pasqua; perciò s’adopera che noi santifichiamo i giorni che la precedono con tre diversi generi di opere sante ed espiatorie, cioè col digiuno, colla preghiera: e colla carità verso il prossimo.
Il digiuno, V.F. e F.D., fu in ogni tempo guardato sia come mezzo efficacissimo per impetrar l’aiuto del Signore o placarne lo sdegno, sia come nutrimento della virtù e rimedio salutare per domare la carne a profitto dello spirito. Digiunarono i Niniviti, benché Gentili, per non soggiacere alle terribili predizioni del profeta Giona; digiunò lungamente Mosè sul Sinai, e quel digiuno poscia per Israele si convertì in perpetua legge; digiunò Saulle per vincere gli orgogliosi Filistei, Gionata per temperare l’ira del padre, Davide per salvare dapprima il figliolo infermo e poi per sottrarsi alle ire dei suoi micidiali nemici; Elia si armò del digiuno per recarsi all’Oreb, Acabbo per evitare i minacciati castighi, Esdra e Neemia per salvare il popolo di Dio. — Il digiuno fu predicato nel deserto da S. Giovanni Battista: esso ottenne la sua più alta consacrazione da N.S. Gesù Cristo: e se Gesù medesimo volle assoggettarsi alle privazioni d’un digiuno lunghissimo e rigoroso nel deserto, chi potrà mai dispensarsene pensando d’essere reo mentre Egli era la stessa innocenza? E in forza del dovere e di quel grande esempio vediamo S. Paolo rimembrar le vigilie ed i digiuni patiti sia da Lui sia dai primi ministri e banditori del Vangelo, Eusebio di Cesarea ricordar le mirabili austerità dei primi discepoli di G. C., e S. Giustino dichiarare come a non dissimili austerità volentieri si assoggettavano quanti venivano iniziati al Cristianesimo.
E del digiuno Quaresimale specialmente, chiamato anche Digiuno Maggiore, narrano i Santi Padri come dai Cristiani dei primi tempi era praticato universalmente in modo austerissimo; giacché si contentavano di un’unica refezione all’ora di vespro e così parca da soddisfare appena al bisogno, dalla quale veniva sbandito l’uso della carne come del vino e di qualsiasi altro più squisito alimento: il loro cibo si riduceva a legumi, erbe e frutti, di cui non pochi anche facevano senza per vivere soltanto con pane ed acqua; e generalmente, come ci attesta S. Giovanni Crisostomo, erano così astinenti che avrebbero in sé patito qualunque danno piuttosto che venir meno all’obbligo del digiuno: omnia quis mallet pati quam prohibitum tangere nutrimentun (Homil. 6. ad Pop. Antioch.).
Di qui vedete, o V.F. e F.D., quanto al presente sia mitigata la disciplina del digiuno: purtroppo il funesto progredire dei vizi e lo sminuirsi delle buone opere, che esigerebbe da parte degli uomini maggior penitenza, portò invece in proposito maggiore facilitazione e larghezza. Ma se la Chiesa, Madre savia ed amorevole, adattandosi alle circostanze dei tempi e delle persone, procura di sovvenire alla nostra fragilità coll’alleviare e mitigare la legge della penitenza per facilitarne la pratica, vuole ed impone altresì, come custode e vindice indefettibile dei divini precetti, che quanto più ci rimette del rigore esterno, tanto più esatta in noi l’osservanza della temperata legge, e a ciò che manca all’opera supplisca l’affetto: vuole che tanto più si ravvivi in noi quello spirito di compunzione che ci tiene umili innanzi a Dio in vista dei nostri peccati, ci ricopre il volto di una salutare confusione, ci riempie l’animo di dolore, e troppo giustamente ci fa temere dei giudizi divini: vuole che, stando purtroppo aperto il nostro debito verso Dio, cerchiamo in ogni modo di soddisfarvi, e se non con cilizi, con vigilie, con flagellazioni, come facevano i Santi, almeno col sottometterci con pazienza ai pesi ed alle vicende dolorose della vita, alle disdette, alle privazioni, alle malattie, ed a quanto la malignità degli uomini o l’ingiuria dei tempi accumula sui nostri passi, e ci fa gemere e piangere: e qual affanno e pena noi potremo stimar troppo gravi in paragone del fuoco eterno e dell’eterno danno da noi le mille volte meritato coi nostri peccati?
Amiamo dunque ed abbracciamo di cuore la penitenza, che mentre è compenso dovuto pel passato è anche preventivo contro le ricadute e mezzo utile per crescere i nostri meriti innanzi a Dio; e colla penitenza amiamo la preghiera, la quale non meno ci fu imposta dal Divin Salvatore con quelle parole: « Si deve sempre pregare, non mai stancarsi »: oportet semper orare et non deficere (Luc. XVIII. 1.).
La preghiera è senza dubbio un mezzo indispensabile per conseguire la nostra eterna salute, giacché, se è precetto intimato a tutti da Dio, bisogna osservarlo. Di tale precetto si vede anche da noi la ragione: noi abbiamo bisogno di tutto da Dio, e niente di bene è in noi che non sia venuto e non venga dalla sua mano; inoltre come resistere a tante e sì gravi occasioni di far male senza lumi ed aiuti speciali che ci sostengano? Or se le prime e più altre grazie, come dice S. Agostino, Iddio ce le dà, generoso e provvido, anche non pregato, pel resto ci impone di domandargliele, e ce le può negare se a tal dovere ci ricusiamo. Ma qual bisognoso, sapendo che col solo domandare ad un ricco quanto desidera tutto ottiene da lui, lascerebbe di chiedere? E Dio infinitamente ricco promise questo appunto a ciascuno di noi, promise nella sua bontà di ascoltarci sempre; Egli ci dice « Alza a me la tua voce ed. io ti esaudirò »: clama ad me et ego exaudiam te (Jerem. XXXIII.3.); « invocami nel giorno della tribolazione, ed io ti libererò »: invoca me in die tribulationis: eruam te (Psalm. XLIX. 15); « qualunque cosa domandiate nell’orazione abbiate fede di conseguirla e l’otterrete »: omnia quaecumque orantes petitis, credite quia accipietis (Marc. XI.24). Donde e da chi viene, o Dilettissimi, una tal promessa così assoluta, così esplicita, così consolante? Ci viene da Dio medesimo, dal nostro amorosissimo Salvatore, la cui parola è infallibile. Noi pertanto non possiamo dubitare dell’efficacia da Lui promessa alle nostre orazioni.
Né qui alcuno opponga essere moltissime le preghiere degli uomini fatte a Dio che tornano inesaudite e restano senza effetto; giacché noi potremo rispondergli coll’Apostolo S. Giacomo: « Voi domandate e non ottenete, perché non pregate in quel modo che si conviene »: petitis et non accipitis; eo quod male petatis (IV.3.); cioè, perché o non è giusta la vostra preghiera, o non è accompagnata dalle debite disposizioni. Chi non ottiene non potrà mai dire: io domandai il giusto, e lo richiesi perseverantemente, con umiltà, con fede, con amore; chi prega in tal modo è sempre esaudito non per alcun suo merito, giova notano, sebbene per la bontà di Dio e per la grande promessa fattaci da Gesù Cristo, il quale in noi e per noi prega il suo eterno Padre, avvalora le nostre suppliche cogli infiniti suoi meriti e sempre ottiene ascolto per la sua innocenza.
Dio sempre esaudisce, ma spesse volte invece d’una cosa invocata ne imparte un’altra, perché è questa e non quella che ridonda in bene per noi. Egli poi conosce ciò che noi non conosciamo, quale sia il tempo più opportuno per esaudirci. Una grazia fatta subito poco sarebbe da noi apprezzata; ed Egli intende che teniamo conto dei preziosi suoi doni. Vuole che continuiamo a pregare per trattenerci più a lungo con lui, perché seguendo a pregare noi accresciamo in nostri meriti pel paradiso. Vuole insomma che noi facciamo la parte nostra e che del resto lasciamo ogni cura a lui: egli provvederà; nol disse forse nei più chiari termini: « Getta nel seno del tuo Signore la tua ansietà ed Egli ti sostenterà? »: iacta super Dominum curam tuam et ipse te enutriet (Psalm. LIV.23.).
Dunque preghiamo, o Dilettissimi, preghiamo con fede, preghiamo con umiltà. Con questa noi mortifichiamo il nostro orgoglio, che è sì grande ostacolo a presentarci ed offrire suppliche a Dio; il quale come ascolterebbe chi a modo del fariseo, di cui parla i! Vangelo, gli si facesse innanzi non per render grazie e dar lode a lui, ma per dar vanto a se medesimo? chi gonfio di superbia o non credesse aver bisogno di nulla, o pretendesse come a sé dovuta ogni grazia? «Iddio resiste ai superbi e dà la grazia agli umili »:
Deus superbis resistit; humilibus autem dat gratiam (Jac.1V.5.).
Ecco dunque che alla preghiera è fondamento l’umiltà, oltre la quale si richiede anche una fede viva, tanto necessaria per assicurarsi i divini favori. « Chi non confida, poco o nulla si aspetti »; qui enim haesitat... non aestimet quod accipiat aliquid a Domino, soggiunge lo stesso Apostolo (I. 6.7.). Eppure oh! quanti mancano di tàl buona disposizione pregando; quanti fanno la loro preghiera a fior di labbro senza l’applicazione della mente e l’affetto del cuore, e stando pur in Chiesa o in luogo ritirato col corpo, vagano col pensiero per ogni dove lungi da Dio! Come si può dir di costoro che preghino con viva fede? Ed è per tal motivo che presto ancora si stancano e quindi manca ad essi, insieme coll’interno spirito, quella perseveranza non solo utile, aia necessaria, come già dicernmo, per essere da Dio esauditi: « Si deve sempre pregare e non mai stancarsi »; oportet semper orare et non deficere.
Dunque non difettino alla nostra preghiera né la dote della umiltà, né quella d’una fede viva, né la perseveranza che ci sostenga sino alla fine. Ma soprattutto non manchi a nessuno di noi quella purità di coscienza che facendoci essere in grazia di Dio ci mette in condizione propizia per impetrar facilmente i divini favori. Chi teme di non essere in grazia di Dio si dolga intimamente dei suoi peccati, si confessi anche senza ritardo al tribunale di penitenza, e poi rivolga pure le sue suppliche a Dio, sicuro che esse saranno benignamente accolte dalla sua infinita bontà, perché Dio non può resistere ad un cuore pentito ed umiliato: cor contritum et humiliatum Deus non despieciet (Psalm. L.19).
Ecco, o V.F. e F.D., quel che volevamo specialmente notare intorno alla preghiera; ma dobbiamo ancora aggiungere, che chi desidera assicurarsi con essa che Dio gli sarà largo dei suoi celesti favori, non può far meglio che muovere se stesso ad abbondare nelle opere di carità verso il suo prossimo. Sta scritto: « Date e sarà dato a voi;.., colla stessa misura, onde avrete misurato sarà nimisurato a voi »; date ed dabitur vobis;... mensura qua mensi fueritis remetietur vobis (Luc. VI.38).
Ora qual cosa anzitutto noi chiediamo a Dio ed aspettiamo da lui? Che Egli ci perdoni i nostri peccati, che ci dia la sua santa grazia e ci riammetta nella sua amicizia; quindi per tenere una egual misura bisogna che anche noi siamo facili a perdonare al nostro prossimo qualunque torto od ingiuria ci avesse fatta, ed a non mai rifiutargli la pace; altrimenti, chiedendo al Signore che ci rimetta i nostri debiti (che sono le offese) come noi li rimettiamo ai nostri debitori, volendo noi il perdono e intanto rifiutandolo agli altri, diremmo a Dio che dunque non perdoni neppure a noi. Domandiamo inoltre al Signore che ci benedica, che ci sia largo nei suoi favori e di tutto quanto ci è necessario: dunque alla nostra volta dobbiamo esercitare col nostro prossimo la carità corporale e spirituale secondo il suo bisogno. Chi non può venire in aiuto del prossimo nei suoi bisogni temporali lo aiuti nei bisogni spirituali, e chi per sua condizione può fare l’una e l’altra parte adempia volentieri a questa doppia obbligazione; perché con ciò si rende propizio Iddio che è Padre dei poveri, si mostra degno figlio di S. Chiesa che a tutti inspira e col suo esempio insegna la canta, imita N.S. Gesù Cristo tanto amoroso e buono coi poveri, e infine fa vedere che ha una giusta idea dei suoi simili, nei quali riconosce tanti fratelli creati per lo stesso fine, eredi della stessa grazia, redenti collo stesso Sangue, se come tali li aiuta coll’opera e col consiglio in ogni loro necessità.
L’Apostolo S. Giovanni inculcava spesso il gran precetto della carità: « Carissimi amiamoci l’un l’altro; amiamo non in parole e colla lingua, ma coll’opera e con verità »: carissimi diligarnus nos invicem; non diligamus verbo, neque lingua, sed opere et veritate (l/a.IV.7; III. 18): e Noi replichiamo da parte nostra quel grande avviso. Le occasioni non mancano all’esercizio della carità, e chi può largheggiare di aiuto all’indigente lo faccia con cuor generoso: pensi che dando al povero tesoreggia, per sé; dando il materiale avrà lo spirituale; dando cose temporali si assicura dei beni eterni.
Noi ci consoliamo, o Dilettissimi, pensando che ogni volta e per qualsivoglia occasione vi è stata chiesta faceste generosa carità. Voi continuerete a farla senza stancarvi, e Dio abbonderà in misericordia colle anime vostre.
Con tal conforto Noi conchiudiamo questa nostra lettera; e consapevoli della fede e del favore che vi anima, vi esortiamo ad insistere sempre più nelle opere di penitenza e di salute, ad esercitarvi con ogni zelo nella preghiera e nella carità, confidando che in tal modo voi vi assicurerete ogni prosperità in vita, l’assistenza di Dio in morte e la beatitudine eterna del cielo.
Ora, o Dilettissimi, resta che vi raccomandiamo di pregare per il Sommo Pontefice Leone XIII affinché il Signore si degni di conservarlo ancora per lunghi anni nell’amore de’ suoi figli ed al vantaggio della Chiesa: pregate altresì per il nostro Augusto Sovrano, per la Reale Famiglia, per i Poteri dello Stato, e per Noi, che vi amiamo di paterno affetto e dall’intimo del cuore vi benediciamo nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo.
Acqui 24 gennaio 1891.
† GIUSEPPE Vescovo
Sac. Pietro Peloso Segretario
Quarta Lettera Pastorale (1892)
GIUSEPPE MARELLO
Vescovo d’Acqui
Al Venerabile Clero e Dilettissimo Popolo della Città e Diocesi
SALUTE E BENEDIZIONE NEL SIGNORE
Venerandi Fratelli e Figli in Cristo Dilettissimi,
Forse non mai quanto ai nostri tempi si è tanto parlato e scritto intorno alle cure dovute alla gioventù. Ad essa si dirigono i pensieri di molti, ad essa le più assidue e vive sollecitudini come ad oggetto di grandi e seri timori e di non minori speranze. E per ciò stesso si spiega da ogni parte grande zelo per la fondazione di nuove, scuole dove i fanciulli ricevano quell’istruzione che dia per tempo lo sviluppo debito alla loro mente. Se insieme all’istruzione si pensi in ogni caso e si provveda all’educazione che si deve al cuore, non è qui il luogo di discuterlo. Quello che non può negarsi è che il solo coltivar l’intelletto non basta e spesso porta danno, se ad un tempo non si educa cristianamente il cuore: e che per quanto le scuole si vadano moltiplicando ciò non dispensa i padri e le madri cristiane, per una parte dai pensare a quali maestri affidino la loro prole, e per l’altra dal fare essi pei primi tutto quel che devono e possono riguardo al ben istruire e rettamente educare i loro figli. Appunto su questa istruzione ed educazione domestica e sul modo di ben intenderla e praticarla Noi vogliamo richiamare il vostro pensiero, V.F. e F.D., ora che si avvicinano i giorni in cui la Chiesa con la voce de’ sacri Pastori invita i fedeli ad un maggior raccoglimento di spirito, ad una più profonda considerazione de’ cristiani doveri.
Perciò le nostre parole a voi principalmente si volgono, o genitori cristiani, che foste da Dio chiamati al grande e insieme formidabile ufficio di allevare una famiglia; ma non a voi solamente; vorremmo anzi che fossero ben accolte eziandio dai molti i quali del vostro ufficio sono fatti in qualche modo partecipi, nonché da chiunque direttamente o indirettamente può darvi aiuto (e chi nol può dare?) nel felice compimento di un’opera che torna a segnalato e comune vantaggio nel tempo e nell’eternità.
Ed anzitutto Noi rendiamo grazie al Signore che in questa nostra Diocesi siano ancora in buon numero le famiglie, in cui il ministero della cristiana educazione dei figli si esercita degnamente. A mali termini saremmo ridotti a quest’ora ove la nostra gioventù non avesse trovato nelle affettuose cure, negli insegnamenti e nelle correzioni utili e salutari e più negli ottimi esempi di chi la governava, od il preservativo o il rimedio contro le seduzioni del vizio e contro il veleno delle false massime che oggidì, specialmente con la stampa, si vanno in mille modi moltiplicando. Noi ci auguriamo che anche i giovani sposi, cui il Signore chiama a fondare una nuova famiglia, imparino dai maggiori a giovarsi delle’ grazie ricevute nella benedizione nuziale, e così compiano fedelmente i doveri del loro stato. O sposi cristiani, ricordate sempre che i vostri figli sono un sacro deposito che Dio vi ha affidato, e di cui vi chiederà Egli stesso un giorno strettissimo conto. I figli hanno diritto di essere circondati fin dalla loro nascita delle più sollecite cure, e voi avete il dovere di provvederli di tutto ciò che è necessario alla conservazione ed allo sviluppo delle loro forze: né solo delle corporali, ma ancora e principalmente delle spirituali, essendo al corpo congiunta un’anima che vive d’una vita propria ed immortale, e che si svolge e cresce, per dir così coll’alimento della verità e della virtù, ed ha un fine altissimo che di gran lunga avanza tutti i piaceri e le felicità instabili di questa terra. Allevare il corpo non lasciandogli difettare il cibo e quanto più giovare a mantenerlo sano e robusto è cosa, cui non mancano gli stessi animali, anche i più feroci, verso i loro nati, ma educare un’anima cioè illuminarla con la luce del vero, scaldarla al sacro fuoco del divino amore, guidarla per le vie del bene alla sua eterna salute, oh! questo è nobile e santo ufficio di uomini e di cristiani, ministero grande che gli educatori eleva a rappresentanti del Padre Celeste, anzi ad avventurati cooperatori suoi.
Voi dovete pertanto ai vostri figli quell’istruzione che gl’indirizzi sulla retta via e li renda ad un tempo virtuosi cristiani ed ottimi cittadini. E qui non parliamo noi dell’istruzione umana che le leggi civili vi astringono a loro provvedere inviandoli alle pubbliche scuole, né di quella istruzione religiosa più alta che fate loro ricevere dai Ministri di Dio per via dei catechismi e delle prediche, e della quale vi fa stretto obbligo se non la legge degli uomini, quella a cui non potreste impunemente sottrarvi, la legge a voi imposta da Dio. Noi accenniamo soltanto a quella istruzione che è come il fondamento di qualsiasi altra, e che per legge naturale e divina voi, padri e madri, dovete impartire ai vostri figlioli fin dalla loro più tenera età.
Nelle Sante Scritture si dà grande lode al santo vecchio Tobia perché istruì il suo figlioletto fin da bambino a temere Iddio ed a fuggire il peccato: ab infantia timere Deum docuit et abstinere ab omni peccato; donde appare essere debito dei genitori cristiani di fare altrettanto: cioè colla scorta di quell’atireo libro che è il Catechismo cattolico istruire di buon ora i figli nelle prime verità e nei principali misteri della nostra santa Fede; insegnar loro ad amare Dio sopra tutte le cose; e per timore dei suoi castighi non solo, ma per l’amore che da noi si merita e per la gratitudine che gli si deve pei grandi ed innumerevoli suoi benefizi, eccitarli ad osservare la sua santa legge.
Né sia chi dica che tali ed altre verità ogni fanciullo imparerà più tardi, nelle scuole per esempio, o nella Chiesa. Supposto anche (e Dio lo volesse) che in tutte le varie scuole i vostri fanciulli rettamente fossero indirizzati alla cognizione delle verità cristiane e alla pratica della virtù, e dato che pel vostro zelo nell’inviarli, anzi nel condurli al catechismo o nell’assicurarvi che v’intervengano, ricevessero dai Sacerdoti quell’insegnamento che sol da essi ‘in modo pieno ed autorevole può dispensarsi, non dovreste però dimenticar giammai, o genitori cristiani, che a voi primieramente Dio affidò la cura della vostra prole per ‘questo appunto che è prole vostra; e che tutti i predicatori e tutti quanti sono i maestri non potranno essere’ utili ai vostri figli quanto lo potete essere voi, padri e madri, se cominciando di buon orà ad istruirli, quando ancora non sono in grado di accorrere alla Chiesa od alla scuola, proseguirete nella stessa istruzione con zelo e sollecitudine quotidiana, imperocché voi avete sui vostri figli un’influenza molto maggiore ‘e più intima che nessun altro, è per ciò stesso le parole penetrano più profondamente nel loro animo e vi. rimangono più efficacemente impresse.
Ma oltre l’istruzione avete l’obbligo di dare ai vostri figli l’edificazione per mezzo delle buone opere e del buon esempio. La via dei precetti è lunga; breve ed efficace quella degli esempi. Questa è una massima antica, ma sempre giusta e degna di essere ricordata da tutti; ed essa, se per gli altri è vera, lo è in modo specialissimo pei fanciulli inesperti che tanto inclinano all’imitazione per necessità, ed istinto. Ora i figlioli vivono intorno a voi, e in voi, specialmente guardano, o padri e madri; onde i più puri esempi devono partire da voi appunto dei quali tutti gli atti e tutti i passi, anche minimi, agli occhi dei vostri figli sono rivestiti quasi d’un carattere e di un’autorità veneranda e sacra. Quindi la vostra vita sia per essi un libro sempre innanzi a loro aperto, in cui imparino i primi doveri anche senza l’aiuto di altro e più lungo studio. Sappiano essi che voi non insegnate una verità di cui non siete prima convinti, né imponete loro nessun obbligo, né li sottoponete ad alcun sacrificio, che già col fatto vostro non rendiate facile e dolce.
Non vi lusingate di potere per via di parole istillare nel loro animo un insegnamento se pure noi confermi il vostro esempio; ché altrimenti essi direbbero nel segreto del loro cuore, e fors’anche apertamente: o padre, o madre, come ci insegnate voi ad amare Dio, ad invocarlo colla preghiera, ad osservare la sua santa legge, a rassegnarci alla sua adorabile volontà, mentre dal canto vostro voi lo offendete in tanti modi e così gravemente? Voi ci esortate ad essere rispettosi, ubbidienti, mansueti, temperanti; e intanto non ci date esempio che di maldicenza, di orgoglio, di iracondia, di intemperanza, di livore col prossimo. — Certo i figli fan male seguendo il cattivo esempio dei genitori, perché il peccare degli uni non scusa gli altri; ma quei che danno scandalo non avranno essi colpa maggiore? Il Signore ha detto: « Chi scandalizzerà uno di questi fanciulletti che credono in me meglio per lui che fosse sommerso nel profondo del mare ». E’ dunque necessario che i vostri figli ricevano da voi il buon esempio continuo; né importa meno che mercé la vostra vigilanza essi non trovino pietra d’inciampo nel mal esempio altrui.
Dice S. Agostino che se ai fanciulli è utile conoscere il bene, importa pure al sommo ch’essi ignorino il male: Pueris non tam prodest cognitio boni quam ignorantia mali. Sentenza di gran peso, che non dovrebbe essere scordata mai dai genitori e da quanti sottentrano in luogo loro nel difficile ministero dell’educazione. Chi la medita, sente la gravità dell’obbligo, che gl’incombe, di essere sempre vigile a favore degli innocenti, e si convince, prima d’impararlo per funesta esperienza e con danno irreparabile, che può ad un fanciullo affacciarsi la prima idea del vizio mirando un oggetto o ascoltando una parola che gli feriscano la fantasia, e che quell’oggetto e quella parola potrebbero essere forse il fatale impulso al sollevamento di una passione che rovina al tempo stesso l’anima e il corpo. Siate dunque, o genitori, sempre vigilanti sopra di voi e sopra i vostri figli; né limitate la vostra attenzione al recinto delle mura domestiche, fate che essa segua i vostri figlioli in tutti i loro passi anche fuori di casa; perché accade purtroppo che un fanciullo circondato da mille cure in seno alla famiglia, per difetto di sorveglianza fuori di casa resti vittima delle seduzioni di un reo compagno e perda miseramente la sua innocenza.
E’ vero che nonostante tutta la vostra vigilanza voi non riuscirete sempre, o genitori, a sottrarre i vostri cari figli ad ogni pericolo: e quando pure vi riusciste, quella stessa intima inclinazione al male, che è effetto del peccato d’origine, però comune a tutti i figli di Adamo, basterebbe a poni in pericolo di qualunque fallo, o farli malamente cedere a ree tendenze e disporsi a prendere abiti cattivi. Per voi, o genitori, comincia allora e sorge un altro dovere da compiersi con ogni cura, quello della correzione opportuna.
Lungi da voi, o padri e madri, o educatori della gioventù, quella tenerezza falsa che v’impedisce di rivolgere opportunamente ai fanciulli una parola di rimprovero; di fare loro spargere una qualche lacrima. e che vi rende così tolleranti sui loro difetti da dissimularli, o farne pur oggetto di risa; onde i figliuoli abusando di tale improvvida condiscendenza e riguardandola quasi una tacita approvazione del fatto loro, non solo non si emendano, ma cadono di giorno in giorno in difetti maggiori, e Dio non voglia che, fatti incorreggibili, vi siano cagione di afflizione e di pianto, come ve1 saranno di rimorso per aver voi trascurato a tempo di ammonirli seriamente e correggerli.
Né vogliam dire con ciò che sempre co’ fanciulli si debba essere severi in volto è nulla perdonare alla leggerezza della loro età. Certamente sono da biasimarsi quei padri che trattano i loro figlioli con rigore eccessivo, né sanno mai riprenderli de’ loro difetti che con parole aspre e piene di minaccia e d’ira: anzi (e così non fosse) con imprecazioni accompagnate da brutali castighi: siffatti padri, anziché correggere, guastano e spingono all'abbrutimento la loro prole.
Ma se l'eccedere è male, non meno è vizio lo sbandire dall’educazione ogni fermezza e severità di correzione e di castigo, ed abbandonarsi a quell’indulgenza cieca che mai non trova cosa meritevole, non che di castigo, di riprensione e fin talora negli stessi difetti ammira la manifestazione di speciali doti e di molto spirito: questo è odiare i figlioli sotto l’apparenza di amarli, e per timore di dan loro disgusto lasciarli crescere al vizio e alla corruzione. —Si deve pertanto conchiudere che a tempo e luogo importa che si usi la severità, sempre però nei limiti della prudenza e della discrezione, sia riprendendo sia castigando, affinché non si scoraggi né si abbatta l’animo di chi è in colpa, e non si ostini oltre nel male.
E perché giusta, opportuna ed utile sia la correzione, devono i genitori mettere ogni loro studio ed impegno nel ben conoscere la speciale indole dei loro figli, e nello scoprirne le loro proprie inclinazioni al fine di poter convenientemente reprimere, anzi, se fosse possibile, soffocare in germe le cattive, e dar ampio sviluppo e sodezza alle buone. Differenti sono i caratteri, o come si suol dire, i naturali degli uni e degli altri, e presto se ne scoprono le tendenze; per questo non conviene usare lo stesso modo e la stessa misura con tutti. S’incontrano naturali ardenti che si devono moderare, e naturali timidi che hanno bisogno d’incoraggiamento; come non mancano naturali indolenti pei quali occorre stimolo, e naturali indocili che è necessario piegar per forza al salutare giogo della disciplina. Inoltre è da discernere tra colpa e colpa, tra mancanza e mancanza, né per ciascuna tisane il medesimo rigore che, oltre al riuscire ingiusto, penderebbe anche per la soverchia frequenza ogni sua efficacia. Così se si tratta di difetti, non è per fermo da applicarsi il castigo che meriterebbe la violazione deliberata e maliziosa di un grave dovere, o qualche fallo contro la Religione o i buoni costumi. Si deve insomma correggere in modo tale che il fanciullo a mente calma comprenda, almeno quanto gli è possibile, che il castigo gli venne inflitto per suo unico bene, e che fu ragionevole e non eccessivo ma commisurato alla colpa, né procedette da puro arbitrio o da passione ma fu soltanto effetto di giustizia e di amore.
Quanto qui si disse dei biasimi e dei castighi, deve eziandio ripetersi delle lodi e dei premi, i quali se non si diano con prudenza e in giusta proporzione col merito, invece di tornare di incoraggiamento alla virtù, spesso diventano un sottil veleno che si insinua nel cuore e ne corrompe i sentimenti migliori. La ricompensa si dee dare con tal riguardo che non susciti nel cuore di chi la riceve una compiacenza vana ed un esaltamento pericoloso dell’amor proprio, ma una dolce soddisfazione,. una santa letizia di aver saputo compiere fedelmente il proprio dovere, e corrisposto alla volontà dei genitori in cui si deve riconoscere la volontà stessa di Dio.
Forse più d’uno dirà: non accade che i miei figlioli si rendano mai meritevoli di lode e premio; io debbo sempre, quasi ad ogni passo, riprenderli; ho sperimentato tutte le vie, ho tentato tutti i modi, ho provato le soavi ammonizioni ed i castighi severi, ma tutto indarno; essi si resero ogni giorno peggiori. — Vi rispondiamo: pur troppo è vero che alcune volte s’incontrano indoli così intrattabili che né la ragione né la forza, né la benignità dell’indulgenza né là severità del castigo giungono a sottometterle alla disciplina. O genitori a cui è toccato alcuno di questi figli, Noi vi compiangiamo; sappiate però che il male non è senza rimedio. Dopo aver sperimentato ogni mezzo che rimaneva in vostro potere, ravvivate la vostra fede in Colui che tiene nelle sue mani il cuore di tutti gli uomini, e proseguendo ad amarli questi figli sebbene ingrati e ribelli ad ogni vostra sollecitudine non vi stancate di pregarlo il buon Dio che faccia nella stia potenza e misericordia ciò che non potete far voi: Egli vi esaudirà, ed anche a voi, come ad altri genitori che piangevano sul traviamento della loro prole, concederà la consolazione di vederli finalmente ravveduti.
Questo della preghiera è mezzo da praticarsi non solo nei momenti trepidi e quando ogni altra via è stata da voi tentata, ma sempre ed in ogni caso, anche quando vi parrà leggero il peso dell’educazione dei vostri figli. E la ragione è che le nostre opere ed i nostri sforzi da sé non hanno efficacia, se Dio non li accompagna e non li avvalora colla sua grazia. Dunque siate operosi intorno ai vostri figli, pregate con fervore e fede per loro, fate che anch’essi preghino ed a pregare si avvezzino, e non abbiate, o Carissimi. per male speso il tempo impiegato in assisterli od aiutarli nella quotidiana recita delle loro orazioni. Pregate pure assiduamente per voi medesimi, che Dio .vi presti aiuto nel compimento del grave dovere di bene educare i vostri figli; si tratta per voi di allevare degli adoratori a Dio, di metter l’anima loro sulla via della salute e di mantenervela, si tratta del vostro onore; anzi del vostro bene, del bene di Santa Chiesa e della stessa civile società: senza il mezzo della preghiera chi potrebbe ripromettersi un lieto e felice esito in tanta impresa? — E quel che diciamo a voi, o genitori cristiani. Noi lo diciamo a tutti: chiunque vuoi adempiere con zelo e con pienezza e soprattutto con perseveranza, ad ogni sua obbligazione, deve confidare in Dio e pregare: la preghiera umile e confidente non soffre mai ripulsa dalla divina bontà. Pregate dunque in questi tempi tristi e calamitosi; pregate pei vostri bisogni del tempo e per quelli dell’eternità. Pregate pel Sommo Pontefice, Padre amatissimo della grande Famiglia cristiana; domandate al Signore che lo conservi ancora molti anni al nostro bene ed ai nostro affetto filiale, e ne compia i santi desideri rendendo efficaci le tante sue sollecitudini pel rifiorimento e la dilatazione della fede cattolica, ossia pel trionfo della verità e della giustizia su tutta la terra. Pregate pel nostro Augusto Sovrano, per la Reale Famiglia e pei Poteri dello Stato; e la vostra carità, V.F. e F.D., vi faccia pregare anche per Noi che di tutto cuore v’impartiamo la pastorale benedizione.
Acqui 4 febbraio 1892.
† GIUSEPPE Vescovo
Sac. Pietro Peloso Segretario
Quinta Lettera Pastorale (1893)
GIUSEPPE MARELLO
Vescovo d’Acqui
Al Venerabile Clero e Dilettissimo Popolo della Città e Diocesi
SALUTE E BENEDIZIONE NEL SIGNORE
Venerandi Fratelli e Figli in Cristo Dilettissimi,
La vita dell’uomo sulla terra, come si legge ne’ Libri Santi, è una continua battaglia. Quanti assalti del demonio da respingere, quante cattive inclinazioni del nostro cuore da combattere, quante seduzioni di un mondo perverso e pervertitore da vincere! Appunto perché il mondo coi suoi maligni insegnamenti ed esempi si sforza di trascinarci a quel male, cui siamo già purtroppo inclinati per la corrotta natura, il Divino Maestro ci raccomanda nel suo Vangelo di vigilare e di pregare per non soccombere alla tentazione; e i SS. Apostoli Pietro e Paolo ci ripetono la stessa raccomandazione dicendo l’uno di resistere al nemico della nostra salute col tenerci forti nella fede, e l’altro di camminare con prudenza e precauzione perché i giorni che corrono sono cattivi (I Petr. V.8.9.; Eph. V.16.17.).
Le ragioni per le quali i due Apostoli ci raccomandano di star forti nella fede e di usar prudenza nella nostra condotta, sono di tutti tempi e di tutti i luoghi, ma convengono in special modo a quelli nei quali viviamo. Chi infatti non riconosce che ai nostri giorni i nemici di Gesù Cristo vanno crescendo di numero e di baldanza, muovendo una guerra sempre più accanita e pertinace così alla fede come alla morale cristiana? Ma quando la guerra è spinta tal eccesso, ed i nostri nemici moltiplicano i loro assalti contro la religione per abbatterla, se fosse possibile, urge per i fedeli maggiormente il dovere di prenderne coraggiosamente la difesa; e renderle più solenne testimonianza colle parole e colle opere, dovendo tutti ricordare l’insegnamento di Gesù Cristo, cioè che non basta credere interiormente alla sua dottrina, ma che bisogna professarla esteriormente, e non vergognarsi di lui davanti agli uomini per non essere da lui rinnegati davanti al suo Padre Celeste.
Questo, V.F. e F.D., è precetto di Gesù Cristo; in esso ci è indicata la condizione, senza la quale non si può conseguire l’eterna salute; in esso è sancita la condanna più espressa e formale di ciò che si chiama rispetto umano; che è quel veleno micidiale, cui il mondo, col coprire di disprezzo l’insegnamento del Vangelo, le pratiche di pietà, i doveri cristiani, col mettere in derisione coloro che ne zelano l’osservanza, fa penetrare nell’animo di tanti fedeli, e pel quale troppo spesso ottiene due risultati, che sono il vero oggetto de’ suoi desideri: mantenere lungi dalla religione quelli che l’hanno già abbandonata, ed allontanarne a poco a poco le persone deboli e vacillanti, cui manca l’animo di mostrarsi apertamente cristiane in vista delle sue critiche e de’ suoi schemi.
E chi nel santo Battesimo è diventato discepolo di Gesù Cristo, ed ha tante volte rinnovato la promessa di restargli fedele a costo di ogni sforzo e sacrificio, si lascerà poi cogliere a quest’insidia, piegherà servilmente il collo ad un giogo sì ignominioso? La Dio merce, a Noi è lecito di affermare, a gloria di questa nostra diletta Diocesi, che sono ancora in numero consolante quelli che si conservano forti nella fede e fermi nell’osservanza dei religiosi doveri: pure non possiamo a meno di deplorare che anche in mezzo alle nostre popolazioni si. vada insinuando la contagiosa malattia del rispetto umano. Pur troppo si moltiplicano quei cristiani che, senza rinnegare la fede, conducono una vita in molte parti discorde dagli Insegnamenti di essa e dalle sue leggi, credenti perciò nel cuore e miscredenti nelle opere: cristiani che, se la religione è in onore ed onorato chi la professa, si fanno una gloria, un vanto di praticarne i doveri; laddove, appena essa non ha più l’omaggio e la protezione dei grandi e dei potenti del secolo, né giova al temporale interesse il dichiararsele amico, le volgono senz’altro le spalle e si vergognano di esserne stati prima i fedeli seguaci. Hanno essi, codesti cristiani, mutata col mutar dei tempi la loro intima convinzione e cessato perciò di credere alle verità della fede? Comunemente no. Nel loro interno essi pensano e sentono rispetto ai loro obblighi di coscienza come per l’addietro; ma siccome è necessario un po’ di coraggio per dimostrarsi apertamente cristiani, e cristiani pratici, trovano più conveniente mentire anche a se medesimi e farsi vedere peggiori di quel che sono. Ora noi domandiamo a questi infelici schiavi del rispetto umano: come ' va che il mondo riesce a poter tanto sopra di voi? come può esso condurvi al punto che per non perdere il suo favore voi gli sacrifichiate la vostra fede? E’ la sua forza che conduce a questo o la vostra debolezza? Riflettete voi a quel che fate? Dunque le vane censure, i. motteggi, gli schemi del mondo reo dovranno più temersi che non le leggi ed i castighi di Dio onnipotente?
Cristiani deboli ed incerti, che tremate ad una parola motteggiatrice, ad un sorriso di scherno di un libertino, che cosa mai sareste divenuti in quei secoli, in cui era necessario suggellare col sangue la professione di fede? La vostra pusillanimità, troppo duole il dirlo, avrebbe fatto di voi degli apostati. Ma e la vostra attuale condotta, predominata dal rispetto umano, non vi conduce essa pure a tal fine, cioè all’apostasia? Oggi arrossite ditale o tal altra pratica di pietà, dell’una o l’altra legge che v’impone Dio o la Chiesa; e domani? domani forse vi vergognerete eziandio di credere, avviandovi così anzi precipitando in fondo all’abisso. S. Paolo protestava altamente di non vergognarsi né del Vangelo, né della Croce di Gesù Cristo: i cristiani che servono al rispetto umano, Vangelo e Croce si metton dietro le spalle piuttosto che soffrire un motto dei tristi. Quale viltà!
E cresce maggiormente la loro colpa se si consideri com’essi la commettano appunto con proposito deliberato: in altri casi può l’uomo fuorviare e cader in fallo portato o indotto al male dal giudizio erroneo, benché colpevole; senza quel suo abbaglio forse non avrebbe peccato: ma qui che scusa può addurre in suo favore chi si rende reo a cagione degli umani rispetti? Qui chi commette il male sapendo quel che si fa, e che così facendo si offende Iddio: e questo aggrava la colpa. Ditelo infatti voi che forse in giorni di magro, a cagion d'esempio, vi permetteste di mangiare cibi allora vietati: non rifletteste voi in quei casi alla legge che li proibiva? Sì certamente, giacché non potevate ignorarla; e intanto messi tra la legge e il rispetto umano, come ragionaste? Voi diceste: se io osservo la legge, mi mantengo fedele a Dio e quindi meritevole delle sue grazie e benedizioni: ma i circostanti cosa penseranno di me, che andranno a dire sul mio conto coi loro pari? Che io sono ancora vittima dei pregiudizi; che ancora non ho smesso le esitanze e gli scrupoli: è troppo; s’offenda pure Dio: meglio aver lui nemico che contrario il mondo.— Voi non vi siete certamente espressi con sì orrendo linguaggio: ma il fatto fu così: or esso è più eloquente delle stesse parole. — Sì, senza dubbio, gli schiavi del rispetto umano preferiscono le umane considerazioni alle considerazioni divine, preferiscono apertamente di dare ascolto alla voce del mondo anziché a quella di Dio: non arrossirebbero, si glorierebbero anzi del Vangelo quando fosse dal mondo approvato: ma il mondo insorge contro, ed essi tremano innanzi a lui, non si curano dei loro doveri e si fanno ribelli alla divina legge.
Dunque gli schiavi del rispetto umano vogliono star amici col mondo, e ciò in ogni caso ed a qualunque costo: or il mondo che cosa ha da offrire ad essi in ricambio per l’obbedienza cieca da loro prestata ai suoi iniqui dettami? Agiatezze, onori, piaceri? Ma l’uomo pellegrino quaggiù ed ospite per pochi anni della casa che abita, spesso è disilluso nei suoi più rosei disegni, ne’ suoi più lieti sogni di felicità: e l’esempio di tutti i tempi assicura che mai non seppe e non poté il mondo render contento un solo dei suoi seguaci: e del resto qual dei mondani anche d’oggidì, interrogato risponderebbe d’essere appieno contento della sua sorte e veramente felice? I piaceri non sempre si accompagnano con la sanità del corpo, e mai, se sono illeciti, colla pace del cuore; le ricchezze non si accumulano, né si conservano senza molte cure e gravi inquietudini, e non si perdono da chi n’è schiavo senza amaro rimpianto. Per un oggetto desiderato che si raggiunge, mille altri ci sfuggono; quando tutti potessero conseguirsi, neppure allora ci sarebbe dato di sentirci felici. Ce lo insegna col fatto suo il medesimo Salomone. Egli il più saggio, il più potente e fortunato di tutti i monarchi confessa che dopo aver gustato di tutto ciò che il cuore dell’uomo può gustare quaggiù, si trovò costretto ad esclamare: vanità delle vanità; tutte le cose sono vanità ed afflizione di spirito; vanitas vanitatum et omnia vanitas et af]lictio spiritus (Eccl. 1.2.). E come godere infatti con tranquillo animo delle ricchezze, dei piaceri e degli onori della vita pensando che di tutte queste cose terrene ciascun di noi sarà presto privato, spogliato interamente dalla morte?
E la morte che può tardare, ma non mancare, come troverà i miseri schiavi del rispetto umano? Li troverà ben disposti d’animo per presentarsi al giudizio? Sì, se dovessero non a Gesù loro Dio ma al mondo, cui adorano e cui servono, rendere infine conto della propria condotta: il mondo però non giudica, ma sarà giudicato; e come a Dio contrario, guasto e scandaloso in tutte le sue massime e le sue vie, verrà condannato: dovendo riuscire riprovato il mondo non potranno essere salvati i suoi schiavi ed adoratori. Ecco la vostra fine, o miseri schiavi dei umani riguardi: voi temete il mondo e non Dio! ebbene quel Dio che ora sprezzate per piacere al mondo, Egli, e non il mondo, vi esaminerà e trovandovi, come siete mondani e non cristiani, vi respingerà da sé, non vi riconoscerà per suoi, vi ricuserà il premio, vi dichiarerà rei dell’eterno castigo. Non può sfuggire a tal esito chi prosegue a servire al mondo anche a costo d’offendere Dio: ma come non fremere pensando poter nel giorno estremo essere dalla parte dei maledetti? Eppure è indubitato che qual si semina tal si miete: quae seminaverit homo, haec et metet. (Galat. VI.8.).
Pertanto è sbaglio enorme prendere a regola della propria condotta il rispetto umano: l’uomo che è così geloso della sua libertà si rende intanto schiavo delle voglie altrui, anzi degli altrui capricci e pessimi istinti: si pena da non pochi a prendere un buon consiglio se trattasi del bene, e poi si seguono i tristi in ogni loro passo avvilendo, degradando se stessi e ribellandosi a Dio. Come può spiegarsi tanta pretenzione d’indipendenza da un lato, e tanta servilità ed abiezione dall’altro? — Si spiega subito se si pensa che in noi è poco praticata e poco viva la fede: con la fede un po’ più viva e un po’ più pratica s’intenderebbe facilmente che all’anima ed all’eternità si deve in ogni caso dar la preferenza da noi, e non al sorriso delle creature ed alle loro fallaci lusinghe e promesse; si rifletterebbe che, come è Dio e non il mondo che ci diede la vita e ce la conserva, che ci accordò la sua grazia, che ci promise e ci darà la sua gloria, così è sempre a Dio che si dee servire, ed agli altri solo in ciò che non si oppone a Dio: in tutto il resto no, se vogliamo salvarci.
Leviamo dunque, o Dilettissimi, lo sguardo in alto ed aspiriamo ai beni che Dio ha preparato per quelli che lo servono ed amano. Indirizziamo i nostri desideri a quei celesti tesori che non si perdono, a quella gloria che nessuno ci può rapire, a quella felicità che dura in eterno. Il timore del mondo e le speranze ingannevoli ch’esso fa concepire non ci allontanino dall’osservanza di quella legge secondo la quale unicamente saremo giudicati con sentenza inappellabile. Dio solo temiamo ed in lui solo collochiamo la nostra gloria, e godremo anche qui in terra di quella pace che il mondo non ci può dare. Lungi da noi il giogo vituperoso del rispetto umano, che rende schiavo del demonio chi è chiamato alla libertà dei figli di Dio; e se l’ubbidire al Vangelo può riuscire talora di peso, miriamo attorno a noi quanti fedeli cristiani rendono testimonianza alle parole di Gesù Cristo, che dice essere il suo peso leggero ed il suo giogo soave: iugum meum suave est et onus meum leve (Matth. XI.30.); e confortiamoci nel pensiero che la divina grazia viene anche per noi ad alleggerirlo ed a raddolcire ogni sacrifizio che noi dobbiamo incontrare sulla via che conduce al cielo.
Pertanto ravviviamo, o F.V. e F.D., la nostra fede e rendiamola feconda di buone opere. Facciamone la regola unica e fissa della nostra condotta anche al cospetto degli uomini affinché un giorno non sia per noi innanzi al Divin Giudice occasione di condanna, ma invece titolo glorioso al conseguimento dell’eterna salute. E siccome a tenerci saldi nel buon proposito è indispensabile l’aiuto della divina grazia, noi impetriamolo colla preghiera umile, fiduciosa, perseverante che tutto ottiene dal cielo secondo quello che ha detto N.S. Gesù Cristo: domandate e vi sarà dato: cercate e troverete: picchiate e vi sarà aperto: petite et dabitur vobis: quaerite et invenietis: pulsate et aperietur vobis. (Matth. VII.7).
In unione coi nostri fratelli della grande famiglia cristiana preghiamo pel Sommo Pontefice gloriosamente regnante Leone XIII: ringraziamo la divina bontà che in tempi così procellosi abbia dato e conservi alla sua Chiesa un Papa di tanta sapienza ed operosità, e supplichiamola che voglia ancora molti anni conservarlo al bene dei suoi diletti figli e del mondo; e che intanto faccia tornare a lui di conforto e sollievo, fra le gravi sollecitudini dell’apostolico suo ministero, quella fedeltà e quell’amore di cui da ogni parte Gli si dà prova nella fausta ricorrenza del suo Episcopale Giubileo.
Inoltre non ci dimentichiamo, o Dilettissimi, di pregare anche per l’Augusto nostro Sovrano, per la Reale Famiglia e per i Poteri dello Stato. Pregate infine Voi tutti eziandio per Noi, che non cessiamo d’invocare sopra di Voi l’abbondanza dei celesti favori e con pastorale affetto Vi benediciamo nel Nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo.
Acqui 25 gennaio 1893.
† GIUSEPPE Vescovo
Sac. Pietro Peloso Segr.
Sesta Lettera Pastorale (1894)
GIUSEPPE MARELLO
Vescovo d’Acqui
Al Venerabile Clero e Dilettissimo Popolo della Città e Diocesi
SALUTE E BENEDIZIONE NEL SIGNORE
Venerandi Fratelli e Figli in Cristo Dilettissimi,
Iddio ci ha collocati su questa terra come in un luogo di passaggio e di prova, dove ci potessimo meritare l’ingresso alla nostra permanente dimora ch’è il cielo. Ma per acquistarci il diritto alla corona di gloria nella beata patria noi dobbiamo avvicinarci a Dio colla mente e col cuore, dobbiamo riconoscerlo e glorificarlo come nostro sovrano Signore, dobbiamo amarlo sopra ogni cosa come nostro sommo ed eterno Bene. Però noi abbisogniamo di un complesso di verità teoriche e speculative che dirigano la nostra mente, e di verità morali e pratiche che governino, a guisa di regole, il nostro cuore ed ogni sua tendenza: verità non solo naturali innanzi alle quali, per l’oscurità in noi prodotta dal peccato d’origine, spesso ci sentiamo deboli assai, ma anche sovrannaturali, come sovrannaturale è il nostro fine, le quali non possono sapersi dall’uomo, se non per via. di divina rivelazione. Iddio misericordioso si è degnato di venire in nostro soccorso e rivelarci quanto dobbiamo credere ed operare per giungere a salvamento; e tale sua rivelazione noi la troviamo in compendio nel Catechismo.
Veramente il Catechismo è il libro da cui si fa conoscere a tutti, grandi e piccoli, quella celeste dottrina che dee guidare gli uomini all’eterna salute. Questo libro, piccolo di mole e di sì modesta apparenza, abbraccia la scienza intorno a Dio, agli angeli, all’uomo ed al mondo; la scienza del primo principio e dell’ultimo fine, della creazione, della caduta, della redenzione, della grazia e dei Sacramenti, del tempo e dell’eternità. In questo libro noi troviamo il Simbolo degli Apostoli, ossia la regola infallibilmente sicura della nostra credenza; il Decalogo, ossia i Divini Comandamenti, che sono la norma da Dio dettata che regola le nostre azioni; ed indi pure ci viene notizia di tutti quei tesori di superni doni e di grazie che debbono mantenere in noi viva la fede ed operosa la carità. Con formule brevi, chiare ed armoniosamente ordinate il libro del Catechismo ci spiega le verità necessarie ed opportune, e che s’incentrano in Dio uno nell’essenza e trino nelle Persone, e nelle opere di creazione, di redenzione, di santificazione, e di glorificazione; ci spiega tutti i doveri che dobbiamo compiere e che si riducono sostanzialmente all’amore di Dio e del prossimo; tutti i mezzi per conseguire le divine grazie, che sono la preghiera ed i Sacramenti e che fanno capo all’unico Mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo Uomo-Dio. Alla scuola del Catechismo tutti, anche i fanciulli, anche le persone di più corta intelligenza, imparano quella scienza vera, inconfutabile, universale, che i sapienti del mondo per tanti secoli cercarono e vanno tuttavia cercando, ma sempre invano, fatti ludibrio di sistemi che variano coi loro Autori e che non seppero dare infine altro frutto che il dubbio e l’incredulità.
Fu scritto che a civilizzare le popolazioni, a migliorarne i costumi, a farle progredire in ogni virtù sarebbe stato sufficiente diffondere la coltura intellettuale, e che ogni scuola che si apre è un carcere che si chiude. Ma sono già molti anni che l’istruzione viene sempre più largamente diffusa, che s’istituiscono scuole per ogni parte, che si vanno moltiplicando i maestri, che libri e giornali corrono per le mani di tutti, e intanto chi potrebbe dire che i fatti abbiano corrisposto alle decantate speranze? Fanno prova in contrario le statistiche criminali che ci dimostrano coll’evidenza delle cifre come la corruzione progredisca, come aumentino i reati d’ogni specie, e, doloroso a dirsi, come vada ogni dì crescendo il numero dei delinquenti di minore età.
Al perfezionamento morale dell’uomo, non basta la coltura della mente senza l’educazione del cuore: o per dir meglio, l’istruzione scompagnata dalla religione non può dare vera luce all’intelletto e muovere efficacemente al bene la volontà; imperocché pel progresso morale è necessario che l’uomo conosca il termine da cui si muove, il termine a cui tende, l’esemplare che gli deve servire di norma, la forza che deve prestargli il necessario ed opportuno aiuto. Ora è solo il Catechismo che svelandoci il mistero del peccato d’origine, fa saper che l’uomo nasce presentemente fiacco e corrotto, e quindi che la prima legge del morale progresso non è secondar gl’istinti della corrotta natura, ma frenarli; non condiscendere ad ogni gusto, ma domare, mortificare, rinnegare se stessi. Chi crede alla vita eterna, conosce la meta del suo pellegrinaggio terreno, sa che il suo fine non è la terra, ma il cielo, non la creatura ma il Creatore, e che non sale ma precipitosamente discende quell’anima che aspira ad altro che non all’eterna Verità, all’eterna Bellezza, all’eterno e infinito Bene. Credendo in Gesù Cristo si sente la voce della fede che grida: ecco l’ideale della tua vita, conforma i tuoi pensieri ai pensieri di Lui, i tuoi affetti ai suoi affetti, le tue azioni alle sue azioni; trasfigurati di chiarezza in chiarezza ad immagine sua. Credendo finalmente all’efficacia della preghiera, dei Sacramenti, del divin Sacrificio, il cristiano dice con S.Paolo: io posso tutto in Colui che mi conforta; e gloriandosi della sua stessa debolezza, senza temere ostacoli, senza paventare nemici, si avanza nell’ardua ma luminosa via delle sante virtù, aspira ad essere perfetto com’è perfetto il Padre Celeste.
Lo stesso G. G. Rousseau, che tanto scrisse per promuovere una istruzione scompagnata da ogni principio religioso e i cui libri così dolorosamente influirono nel pervertimento morale di un popolo a noi vicino, spaventato dalle funeste conseguenze della sua stessa empia dottrina, ebbe poi a scrivere queste parole: «Io non capisco che si possa essere uomo virtuoso senza religione. Ebbi anch’io, è vero, questa falsa idea, ma ora mi sono interamente disingannato ». E sono memorabili le parole pronunziate in tempo non molto lontano da noi dal Presidente della Repubblica Francese, Adolfo Thiers, innanzi all’Assemblea Nazionale: «Bisogna tornare al Catechismo ». Parole che in bocca a quel celebre uomo di Stato, propagatore anch’esso per molti anni di teorie rivoluzionarie, esprimevano la convinzione che la società non potrebbe andar salva da maggiori e più terribili sconvolgimenti se non richiamata in tutto e per tutto alle dottrine del Vangelo.
Così è veramente; la società è insidiata dagli insegnamenti di una morale vaga, monca, incoerente, mutabile e senza efficace sanzione; coll’aiuto della stampa son fatti popolari e penetrano sotto tutte le forme, anche nel tugurio del povero e nell’officina dell’operaio, princìpii, e massime che fomentano le passioni, che corrompono la mente e il cuore, che scuotono le basi della famiglia, che ingrossano di numero e di potenza quelle sette sovvertitrici dello stesso ordine sociale, le quali osano apertamente darsi il nome di Rivoluzione, di Anarchia, di Nichilismo: ciò posto, la società non sarà salva se non avvicinandosi a quei tesori di sapienza e di vita che si racchiudono nella dottrina del Catechismo ch’è voce di Colui che insegna con potestà. ed autorità sovrana e solo ha parole di vita eterna.
Armoniosamente proporzionata a tutti i bisogni, ricca di conforti, di speranze, di consolazioni per tutti, essa sola può rendere virtuosamente rassegnati i poveri, benefici con ordinata e perseverante carità i ricchi, concordi fra loro e solleciti pel bene della prole i coniugati, rispettosi ed ubbidienti ai genitori i figli; discreti e benigni i padroni verso i servi riguardandoli come fratelli innanzi a Dio, e questi operosi e fedeli nel loro servizio non per timore ma per coscienza; integro e giusto chi è nell’esercizio dell’autorità pensando al conto che deve rendere a Colui che ne lo fece depositario, . e pacificamente sottomesso il suddito sapendo che ogni potere viene da Dio e che chi resiste al potere, resiste alla divina volontà. Solamente questa dottrina religiosa divinamente rivelata può stabilire le basi della vera e giusta libertà, della vera e giusta eguaglianza, dando il senso retto ed invariabile a codeste parole tanto abusate: libertà che non degeneri in licenza, non violi il diritto altrui, non si opponga al bene comune; eguaglianza, quella cioè possibile tra gli uomini e conciliabile con la verità, colla giustizia, colle necessarie armonie dell’umano consorzio. Di questa vera libertà, di questa santa eguaglianza è vigile tutrice la rivelazione col ricordare a tutti la parità di origine quando parla di Dio Creatore; la parità di natura e di sangue quando addita in Adamo il padre comune dell’uman genere; la parità dello stato di colpa quando ci rivela il mistero del peccato originale; la parità di riscatto quando ci propone a credere l’incarnazione, la passione e morte del Figliolo di Dio; la parità di fine quando ci dice che siamo stati creati per possedere Iddio; la parità dei mezzi che conducono a questo fine, quando ci assicura unica via per andare al cielo essere la virtù, ossia il buon uso della nostra libertà sotto il celeste influsso della grazia, e l’infrenamento del nostro triplice egoismo, che tende ad avvilirla e sviarla, cioè dell’orgoglio, della cupidigia, e della rea febbre del senso. E col ricordarci l’unità d’origine, di specie, di mezzi, di fine, solo questa dottrina celeste riformando e quasi creando a nuovo i nostri cuori, può far in essi germogliare il vero amore fraterno, elevarli a quella santa ed intima carità che dei figli di Adamo formerebbe un cuor solo ed un’anima sola.
Di tutte queste cose voi siete ben convinti, o Dilettissimi, e conservate come un tesoro preziosissimo nella mente e nel cuore quella scienza divina, la quale com’è indispensabile per la vita futura, è necessaria ed utile per la vita presente. Ma non dovete serbar solo per voi questo inestimabile tesoro; è dover vostro di farne largamente partecipe la generazione novella, ed impiegare tutto il vostro zelo affinché cresca anch’essa educata alla scuola della religione.
Ed a voi in primo luogo ci rivolgiamo, o genitori e capi di famiglia. Voi siete i primi maestri, e le vostre labbra, come scrisse un gran Dottore della Chiesa, sono i primi libri su cui s'inizia questa scuola salutare: libri sunt labia parentum. I vostri fanciulli portano impressa nell’anima l’immagine di Dio. A voi spetta il dar rilievo, per dir così, ai lineamenti di quest’immagine; formare in essi la buona coscienza, insegnar loro il nome santo di Dio, di quell’Esser infinito che trasse dal nulla tutte le cose, che è nostro primo principio ed ultimo fine. A voi spetta far loro conoscere Gesù Cristo, l’amore immenso che ebbe ed ha tutt’ora per noi, le sue dottrine, i suoi esempi, i suoi benefizi. A voi spetta educarli i vostri fanciulli fin dai primi anni ad osservare le divina legge, a riconoscer in voi ed in ogni altro superiore l’autorità stessa di Dio, ad essere giusti e caritatevoli con tutti. Oh! commovente spettacolo quello di una madre cristiana che dirige in alto gli occhi e le mani del suo bambino insegnandogli ad invocare il comun Padre che è ne' cieli, il Divin Salvatore e Signor nostro Gesù, la celeste Madre Maria; che svolge in quel vergine cuore le virtù della fede, della speranza e della carità da Dio in esso infuse nel Santo Battesimo.
Fu detto che le sorti dell’uomo stanno sulle ginocchia della madre. E si disse il vero, perché il buon seme deposto a tempo opportuno da una madre virtuosa nel cuore dei suoi figli non mancherà di portare il suo buon frutto; infecondo forse per qualche tempo, perché quasi soffocato dalle passioni, massime in quell’età in cui tali istinti sorgono tempestosi e bollenti, ma poi destinato a svolgersi almen più tardi quando più propizie circostanze e gli anni maturi faranno che renda in gran copia i preziosi frutti desiderati. Non ci registra forse la storia consolatissimi esempi d’uomini datisi ad ogni errore e rotti ad ogni vizio, i quali, ricordando opportunamente i begli anni della loro innocenza, rientrarono alfine in sé, deplorarono i traviamenti del loro passato e si rimisero con generoso proposito sul sentiero del bene?
Voi dunque, o genitori, dovete essere pei vostri figli i primi maestri nella dottrina cristiana; ma adempiendo per parte vostra a questo grande ufficio, voi non siete dispensati dall’altro obbligo che v’incombe, cioè d’inviare i vostri fanciulli alla parrocchia affinché ivi proseguano e compiano la loro istruzione, richiesta a renderli idonei a Sacramenti e ad ammaestrarli in ogni dovere della vita cristiana; né solo è vostro debito d’inviarveli, ma eziandio d’assicurarvi che v’intervengano con premura ed assiduità, ad esaminare se ricavano profitto dall’insegnamento ricevuto. Intenderebbero troppo male l’interesse della loro famiglia quei padri e quelle madri che riputassero perduto, o meno utilmente impiegato quel tempo che i loro figli spendono in questa scuola di scienza religiosa, la quale, se da sua parte può supplire a molte altre, non può, per quel che insegna, essere da nessuna supplita. Pensino tali genitori. che pei loro fanciulli non vi ha, da questa infuori, scuola ove i figlioli meglio imparino ad obbedirli con rispetto ed amore, ad aiutarli tarli in tutti i bisogni, ad assisterli nelle infermità e consolarli nella vecchiaia. Pensino soprattutto che non solo nella vita avvenire, ma anche nella presente dovranno espiare ogni loro negligenza e incuria relativamente a doveri così gravi del proprio stato.
Ed ora ci rivolgiamo a voi, o dilettissimi nostri Cooperatori, e con voi a tutti i Sacerdoti che vi sono d’aiuto; ed esprimendovi la nostra viva riconoscenza per la sollecitudine con cui attendete all’istruzione religiosa dei fedeli a voi affidati, caldamente vi esortiamo a perseverare con generosa costanza nel compimento di questo ministero laboriosissimo, spesso pur troppo tenuto a vile da quelli che se ne dovrebbero maggiormente giovare, ma insieme larga fonte di consolazioni e di meriti al cospetto di Dio. Spargete dunque con iena ognora crescente in mezzo alle vostre popolazioni il buon seme della dottrina evangelica, e vi conforti il pensiero di vederlo fecondo di ubertosa messe in ogni mente ed in ogni cuore, e specialmente in quel terreno vergine che sono i fanciulli. Oh! per sì amabile ed ingenua porzione del vostro gregge, come più dolci vi sorridono le speranze intorno al futuro, così più vive ed indefesse siano le vostre cure presenti. E piaccia al Signore che, congiungendo a voi nella stessa opera lo zelo dei genitori, dei maestri e delle anime pie, la generazione che si avanza cresca educata alla scuola del Catechismo per il bene avvenire della famiglia e della società.
A questi voti pel trionfo della Dottrina Cattolica aggiungiamo, o V.F. e F.D., le nostre preghiere per Colui che ne è il Maestro supremo ed infallibile, pel Sommo Pontefice Leone XIII. Preghiamo il Signore che dopo aver concesso al Comun Padre di celebrare in mezzo all’esultanza di tutto il mondo il suo Episcopale Giubileo voglia conservarlo ancora lunghi anni in prospera vita, e dargli la grazia e la consolazione di raccogliere frutti sempre più ubertosi dal suo apostolico ministero.
Preghiamo inoltre pel nostro Augusto Sovrano, per la Reale Famiglia e pei Poteri dello Stato. Preghiamo gli uni per gli altri affinché Iddio faccia discendere su noi tutti l’abbondanza de suoi celesti favori.
Gratia Domini Nostri Jesu Christi cum spiritu vestro. Amen.
Acqui 20 gennaio 1894.
† GIUSEPPE Vescovo
Sac. Pietro Peloso Segr.
Settima Lettera Pastorale (1895)
GIUSEPPE MARELLO
Vescovo d’Acqui
Al Venerabile Clero e Dilettissimo Popolo della Città e Diocesi
SALUTE E BENEDIZIONE NEL SIGNORE
Venerandi Fratelli e Figli in Cristo Dilettissimi,
Il Sommo Pontefice Leone XIII in una sua recente Enciclica ai Vescovi dell’Orbe Cattolico fa nuovo appello alloro zelo affinché alacremente con Lui vogliano adoprarsi a favorire le Apostoliche Missioni. Ricorda come in un’altra precedente, loro indirizzata nel 1880, esaltando coi maggiori encomi la pia Opera della Propagazione della Fede, si rallegrasse dei considerevoli incrementi di quest’Opera benemerita, e soggiunge che bisogni ancor più stringenti richiedono ora dai fedeli uno slancio sempre maggiore di generosità. Esposte quindi le sue speranze ed i suoi disegni per affrettare quel tempo da Dio promesso, nel quale non vi sarà più che un solo Ovile ed un solo Pastore, e manifestate le sollecitudini e le cure ch’Egli volge di questi giorni con particolare affetto a pro dei popoli dell’Oriente, chiede ai Vescovi il loro efficace concorso con queste parole: « Fate dunque, o Venerabili Fratelli, ogni sforzo affinché tra i fedeli affidati alle vostre cure l’Associazione della: Propagazione della Fede abbia il più grande sviluppo possibile. Siamo certi infatti che un numero assai più notevole di fedeli darà volenteroso il proprio nome e recherà più generose offerte, se da voi istruito vedrà chiaramente quanto nobile sia quest’opera, quante ricchezze spirituali essa prodighi, e quanti vantaggi possa indi giustamente oggidì sperare la causa cristiana ».
Ossequienti all'invito del Supremo Pastore, innanzi al quale anche Noi siamo pecorelle, vi intratterremo, o Venerandi Fratelli e Figli Dilettissimi, della Pia Opera della Propagazione della Fede, e pur sapendo com’essa, mercé le sollecitudini dei nostri Venerati Predecessori e lo zelo dei Parroci, già goda il favore dei nostri amatissimi Diocesani, aggiungeremo le nostre esortazioni affinché sia sempre meglio favorita da tutti.
Nessuno ignora come N.S. Gesù Cristo abbia voluto per mezzo della predicazione dei suoi inviati continuare la sua opera della salvezza del mondo. « Andate, disse agli Apostoli, istruite tutte le genti: predicate l’Evangelo a tutti gli uomini: chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo. Euntes docete omnes gentes: predicate Evangelium omni creaturae: qui crediderit et baptizatus fuerit, saluus erit » (Matth. XXVIII. 19. - Marc. XVI. 15.). Fedeli a questo comando gli Apostoli ed i loro primi Discepoli si sono sparsi sulla superficie della terra. Dopo aver predicato Gesù Cristo in molte province, Pietro e Paolo vennero e portarono il Vangelo in Roma, come gli altri Apostoli corsero ad annunziarlo ad altre parti del mondo. Gesù Cristo inviando così i suoi Apostoli a predicare non si è impegnato a sottrarli alle comuni esigenze della vita, né a provvederli miracolosamente delle cose occorrenti ai loro bisogni ed all’esercizio del culto che andavano a stabilire. Questo, che avrebbe fatto della vita degli Apostoli un continuato miracolo, non era nei disegni della Provvidenza divina. Spettava invece a chi aveva già partecipato del gran benefizio ed a chi stava per parteciparne, aiutare gli Apostoli nei loro bisogni e nelle opere del loro eroico ministero. E appunto, secondo l’invito degli Apostoli, i primi fedeli contribuivano al buon successo dell’Apostolato ed al sostegno delle Chiese nascenti non solo colle preghiere, ma eziandio colle generose oblazioni. « Pregate per noi, scriveva S. Paolo ai fedeli di Corinto, affinché la parola di Dio si spanda e fruttifichi come fece tra voi... Mettete in serbo nei giorni di festa quello che a ciascuno di voi piacerà di guisa che nella mia assenza le collette si facciano ed al mio ritorno le spedisca a Gerusalemme » (I. Corinth. XVI. 1.2.3.).
Non dimentichiamoci dunque, o Dilettissimi, che se fin dai primi tempi i nostri paesi hanno ricevuto, per grazia di, Dio e senza alcun nostro merito, il beneficio della fede, fu pel ministero degli uomini apostolici e per l’aiuto delle preghiere e dei sacrifizi dei fedeli di altre terre; e quindi l’esempio di quei generosi stimoli noi alla nostra volta a pagare nel miglior modo possibile il debito che ci corre di riconoscenza, cooperando ad estendere ad altri popoli il beneficio della Redenzione, dal quale noi fummo misericordiosamente prevenuti. Oh! quanti uomini e quante genti seggono tuttavia nell’ombra di morte: e quante abominazioni, quanti disordini e delitti quasi incredibili contaminano quelle anime prive finora del lume della fede, tanto più bisognevoli di compianto e di aiuto, quanto meno mostrano di conoscere il loro stato!
Nell’India, come nella Cina, nel Giappone, nel Thibet, nella Mongolia, in quelle immense regioni si vedono tuttavia innalzati migliaia di idoli, ed ai loro piedi s’accalcano turbe di fanatici adoratori. In mezzo all’Africa che cosa trovarono i nostri più arditi viaggiatori? Popolazioni innumerevoli presso le quali un fiume, un albero, una pietra, un uccello, un serpente sono oggetto di un culto stupido e barbaro. E le tribù nomadi, quelle famiglie girovaghe che vivono di caccia e di pesca, celate nelle foreste dell’America, o perdute tra i flutti del grande Oceano, che sanno esse in gran parte di Dio, dell’anima, del loro passato, del loro avvenire? Se ne giacciono quei nostri fratelli nella più fitta caligine dell’ignoranza e delle barbarie, la quale è loro cagione d’una lunga serie di mali e di vizi orrendi che li deturpano: la loro condizione è in un certo senso peggiore di quella delle bestie; imperocché non v’ha diritto, non v’ha legame di sorta che sia rispettato tra essi: donde anche quello stato d’indicibile avvilimento cui è ridotta la donna, l’infanticidio, i sacrifici umani, la schiavitù.
Quasi dappertutto fuori del Cristianesimo la donna non ha esistenza civile, non onore, non diritto, non libertà. Ella è schiava del marito, il quale si ascrive il potere di abbandonarla, nonché d’imprigionarla, di venderla ed anche ucciderla. Questa infelice creatura, che presso noi Cristiani è la nobile compagna dell’uomo, tra i popoli pagani è fino talora condannata ad essere sepolta viva col defunto marito, o ad essere bruciata sulla tomba di lui al fine di mostrare che essa non deve godere d’esistenza propria, e che tutto per lei finisce quando il marito ha cessato di vivere. Similmente quasi dappertutto s’arrogano i genitori sui loro figlioli il diritto di vita e di morte; ed a migliaia ogni dì, specie nella Cina, si contano i bambini che per nequizia dei genitori periscono, nelle acque dei fiumi o sotto il dente di sozzi animali. In molte contrade, come nelle isole dell’Oceania, vittime umane sono arse o sgozzate sugli altari de falsi dei, e così il sangue umano si mescola alle pratiche di culto le più abominevoli e rivoltanti; anzi presso alcune di quelle tribù la madre stessa è condannata ad immolare sulla tomba dello sposo qualcuno dei propri figlioli. L’Africa poi è il campo principale ove s’esercita l’ignominiosa caccia ed il traffico esecrando dell’uomo. Quanti poveri negri son colà venduti come giumenti, e spesso a minor prezzo di questi, a compratori crudeli che li assoggettano alla più abominevole servitù, e li rivendono a loro volta arricchendosi del turpissimo mercato!
Noi figli primogeniti della società cristiana, noi felici privilegiati potremmo esimerci dal concorrere a rendere a Dio tanti figli, che hanno dimenticato il suo nome, il suo diritto, i suoi attributi, il suo culto, la divina sua legge? Dal cooperare a sostituire il suo santo impero a quello degli idoli più grossolani e abominevoli, a rimettere in onore quegli esseri avviliti e degradati che pur a Dio appartengono? La carità cattolica ce ne porge agevole ed efficace mezzo nella pia Opera della Propagazione della Fede.
La quale appunto ha per scopo d’inviare nuovi Apostoli a portare il conoscimento del Vangelo a coloro che ancor l’ignorano, come altresì di procurare ai cattolici poveri e perseguitati, viventi in mezzo agli idolatri ed agli eretici, i mezzi a conservare, a perpetuare fra di loro i benefici della fede. Dalla Santità di Papa Gregorio XVI è detta « Opera grande e santissima che apre a tutti i fedeli, di qualunque condizione, la via ed il modo facile di farsi benemeriti delle Apostoliche Missioni e partecipi de beni spirituali di esse: opera degnissima dell’ammirazione e dell’amore di tutti i buoni. E il Sommo Pontefice Pio IX conoscendo « con somma consolazione dell’animo quanto la medesima ridondasse, coll’aiuto di Dio, in copiosissimi frutti di salute a tutto quanto il mondo cristiano » con decreto Urbi et Orbi comandava « che i Pastori di anime e specialmente i Vescovi colle parole e cogli scritti eccitassero i fedeli e sempre più li infiammassero ad aggregarsi a quest’Opera per concorrere al preclarissimo fine della dilatazione della fede e per godere delle copiose indulgenze e delle grazie concesse dalla Santa Madre Chiesa ».
Dei mirabili incrementi di quest’Opera, specialmente in questi ultimi anni, troppo lunga sarebbe la descrizione. Voi potete leggerli negli Annali dell’Opera stessa, dei quali però non possiamo tenerci dal riferirne qui un tratto assai consolante: «Da quindici anni in qua sono state create più di cento Missioni, e più di centosessanta Sedi erette in tutti i punti del globo: e da tutte le nazioni europee sorgono in gran numero eroici apostoli lieti di poter dare al Vangelo la loro gioventù, la loro abnegazione, la vita loro ».
Ebbene quest’Opera, che seconda così meravigliosamente i disegni di Dio, e che è tanto inculcata dai Sommi Pontefici, non pretende già dai suoi associati che seguano le tracce dei Missionari, che facciano con essi l’arduo sacrifizio de’ loro più legittimi interessi e dei più teneri affetti, che affrontino i pericoli del mare, l’inclemenza dei climi, la ferocia delle belve, la persecuzione, i supplizi, la morte: non esige lunghe orazioni, digiuni austeri, gravi penitenze. Essa non chiede ai devoti ascritti che una breve preghiera ogni dì, un Pater ed un'Ave con una pia invocazione al glorioso Apostolo delle Indie, S. Francesco Saverio, e permette anche di applicare al tal fine, una volta per sempre, quella preghiera che ogni cristiano già è solito indirizzare mattino e sera a Dio che lo creò e conserva. Non chiede ogni settimana se non l’offerta di quella tenue elemosina che il povero stesso, se è pio, non rifiuta a chi è più povero di lui.
Questa grande opera di carità, a cui tanto facilmente possiamo prender parte colla nostra preghiera e colle nostre elemosine, è anche feconda di gran bene per noi, imperocché il nostro concorso ci dà diritto di partecipare a tutti i frutti, a tutti i meriti, a tutte le glorie dell’Opera stessa nei suoi Apostoli, ne’ suoi Confessori, ne’ suoi Martiri.
Soprattutto, cooperando con Dio a comunicar la luce della fede a quegli infelici che ancora sono sepolti nelle tenebre dell’errore, noi meriteremo che questa luce divina splenda sempre più viva nelle anime nostre. Così pensano pure i nostri Confratelli nell’Episcopato che in vari modi esprimono questo comune convincimento. « La leggera elemosina che voi consacrate all’Opera della Propagazione della Fede, scrive il Vescovo di Valenza ai suoi Diocesani, vi otterrà abbondanti grazie e la più preziosa di tutte, la conservazione della fede nella vostra patria ». «La conservazione della fede tra noi, dice un altro Vescovo, sarà il ricambio ed il premio degli sforzi che noi facciamo per propagarla altrove» e, Noi vorremo soggiungere, non solamente la conservazione, ma l’accrescimento di essa e dei suoi frutti; imperocché Iddio, come ci assicura l’Apostolo S. Paolo « moltiplicherà la semenza che noi seminiamo ed accrescerà i frutti di essa: multiplicabit semen vestrum et augebit incrementa frugum iustitiae vestrae » (2 Corinth. IX. 10.). Bello il pensiero di un Vescovo Missionario: « la misericordia torna sempre donde è partita ». E così insegna S. Tommaso con queste parole: « nulla più spinge Iddio a largirci la sua misericordia che la misericordia da noi usata ».
Gesù Cristo stesso proclama beati i misericordiosi perché conseguiranno misericordia. Ora chi coopera alla propagazione della fede, esercitando a un tempo stesso molte opere di misericordia col soccorrere tanti infelici nelle loro necessità spirituali e temporali, non avrà tutta la ragione di sperare da Dio una grande misericordia? E non solo una misericordia grande, ma la suprema delle misericordie, il premio dell’eterna salute, imperocché è oracolo dello Spirito Santo che « colui il quale farà che un peccatore si converta, salverà l’anima di lui dalla morte, e coprirà la moltitudine dei propri peccati: qui converti fecerit peccatorem ab errore viae suae, salvabit animam eius a morte, et operiet multitudinem peccatorum » (Jacob. V.20.). Donde Sant’Agostino inferisce: « hai tu salvato un’anima? hai dunque salvato l’anima tua: animam salvasti, animam tuam praedestinasti ». Perciò l’opera colla quale noi concorriamo a salvare un gran numero di anime è un grande mezzo di assicurarci dal misericordioso Iddio l’eterna gloria del cielo.
Se poi vi fosse chi ad intiepidire il nostro zelo verso l’Opera della Propagazione della Fede opponesse che le cattive annate, la crisi dell’industria e del commercio hanno esausta la fonte della carità, dovremmo rispondere colle parole del Santo Padre Leone XIII nella citata Enciclica: « Veramente il tempo è tale che molti sono stretti da miseria, nessuno però cada per questo di animo imperocché a nessuno può esser grave l’oblazione della piccola moneta che per questo scopo si richiede, benché da molte riunite in una possano apprestarsi abbastanza gravi aiuti ». Chi poi non sa dell’apostolico indulto onde coloro, pei quali la tenuissima regolare oblazione settimanale fosse superiore alle loro forze, possano in tal caso offrire anche meno, pur godendo degli interi privilegi? Se nondimeno per una malintesa previdenza e per timore che l'elemosina lo impoverisca, alcuno fosse tuttavia restìo nel favorire l’Opera della Propagazione della Fede, pensi all’oracolo dello Spirito Santo: « Chi dà al povero, non cadrà in miseria: qui dat pauperi, non indigebit » (Prov: XXVI-II.27.) e consideri, come soggiunge il Santo Padre, «che la sua liberalità non gli sarà di danno, ma di lucro; perché chi dà all’indigente presta a Dio; perciò l'elemosina fu detta la più lucrosa di tutte le arti ».
Noi quindi speriamo che Voi, o Dilettissimi, gareggerete con generoso ardore nel favorire un’opera sì pia e santa; e ci è di sommo conforto il pensiero che il vostro zelo per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime sarà un dolce e sicuro pegno della vostra predestinazione alla beatitudine celeste.
Infine, Noi vi esortiamo, V.F. e F.D., a raddoppiare le vostre preghiere per l’esaltazione di Santa Madre Chiesa, e per la prosperità del Sommo Pontefice Leone XIII, che nonostante la sua avanzata età si adopera ognora colla più indefessa sollecitudine alla propagazione del regno di Gesù Cristo fra le genti; pregate anche pel nostro Augusto Sovrano, per la Reale Famiglia, e pei Poteri dello Stato; né vogliate innanzi a Dio dimenticarvi di Noi, che promettiamo, com’è nostro debito, di rendervi il contraccambio, e con tutta l’effusione del cuore vi benediciamo nel Nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo.
Acqui 8 febbraio 1895.
† GIUSEPPE Vescovo
Sac. Pietro Peloso Segr.