Si avvicinava il Natale dell’anno 1889, il primo che il vescovo Marello doveva trascorrere fuori della Comunità dei suoi Oblati. Questi lo aspettavano ansiosi, ma forse più grande era il suo desiderio di poterli accontentare e il suo rincrescimento di non poterlo fare. Al 15 dicembre scriveva da Acqui: “Faccia questa mia lettera l’ufficio che avrei voluto fare io personalmente; si presenti a Santa Chiara (la Casa Madre) ed offra a tutti un bel mazzo di auguri per le prossime feste del Santo Natale”. In questo modo, li precedeva nel fare gli auguri, e arrivando il Natale scriveva una lunga lettera di ringraziamento per gli auguri che aveva ricevuti lamentando ancora di non poter andare di persona a contraccambiarli.

E allora scriveva: “Ecco Gesù che viene in mio aiuto. Egli si incarica di venire in mio nome tra di voi, di mostrarvi il suo bel volto divino, di farvi un celeste sorriso, di presentarvi il suo candido giglio, di alzare la sua manina affinché tutti possiate ricevere le sue benedizioni, di invitarvi a stare sempre con Lui come tanti agnellini per godere le sue carezze amorose. Accoglietelo dunque questo mio divin messaggero che vi porta un dono ben più prezioso di quello che vi sareste aspettato da me. Non abbiate paura di essere troppo indiscreti domandandoglielo abbondante; anzi pretendetelo molto grande, perché più gli chiederete e più vi darà e tanto maggiore vedrete in Lui la gioia di favorirvi quanto più insaziabile Egli vedrà in voi la brama dei favori”. Con queste parole mons. Marello faceva un commento ad una immaginetta di Gesù Bambino che allegava nella lettera. Una semplice figura devozionale diventava viva con “il suo bel volto divino” e con il suo “bel sorriso”, tenendo in una mano un “candido giglio”, con la manina alzata per dare “le sue benedizioni”. Vicino a Gesù un agnellino completava la semplice scena, ma per il Marello esso significava l’augurio di “stare sempre con Lui per godere le sue carezze amorose”.
Più impegnativo era l’augurio dell’anno 1890: “Quand’anche vi mancasse ogni cosa, tenete ben salda la buona volontà ed avrete da Gesù quella pace che vale per tutto”, e completava il pensiero invocando “sulla casa di Santa Chiara con le benedizioni del divin Pargoletto il patrocinio della Vergine Benedetta e del Glorioso San Giuseppe”. Il pensiero di Maria e Giuseppe ritornava anche nel Natale del 1891: “Il Bambino Gesù vi spanda tutte quelle benedizioni che ogni anno nelle feste commemorative della sua nascita temporale tiene preparate per gli amici e clienti dei suoi primi adoratori Maria e Giuseppe”. Erano parole piene di fede, che invitavano alla imitazione della povertà di Nazaret e alla invocazione delle celesti benedizioni. L’esempio dell’umiliazione del Figlio di Dio nella grotta di Betlemme riecheggia le parole di San Paolo ai Filippesi: “Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. Parole che il Santo Marello commentava così alla sua figlia spirituale Bice Graglia nel Natale del 1888: “Il Bambino Gesù le farà ben comprendere in che cosa consiste questo spogliamento di noi stessi, cominciando a darcene un bell’esempio fin dalla nascita, venendo al mondo privo di tutto. Impariamo da Lui questa santa semplicità ed umiltà, che deve guidarci in tutte le nostre azioni” (S 215).