Moremi è una eroina del popolo Yoruba, la quale sacrifica il suo unico figlio per la redenzione del suo popolo, di Ile-Ife. La Storia di Moremi, è una leggenda commovente, fa parte della leggenda del popolo Yoruba, una tribù importante che occupa la parte sud-ovest della Nigeria nell’Africa occidentale. Il popolo Yoruba vede Moremi, non solo come una donna brava e coraggiosa, ma anche come modello dell’amore e del sacrificio. La sua storia parla di un amore altruista per la comunità e serve a edificare il ruolo della donna nella società.
Un nobile di Ile-Ife aveva una sposa bella e virtuosa di nome Moremi, ed un bel figlio, Ela. In quell’epoca Ile-Ife subì invasioni feroci da parte di un’altra tribù di Igbos, i cui membri avevano un aspetto così particolare nella battaglia, che quelli di Ife li consideravano degli spiriti e non degli esseri umani, o degli dei mandati per punire qualche atto di cattiveria. Invano offrivano sacrifici agli dei e le invasioni di questi strani esseri continuava. Turbata per l’agitazione nel paese e credendo di poter trovare un modo per riportare la pace, Moremi decide di farsi prendere prigioniera al momento di un’invasione, in modo da poter essere portata nella terra dei Igbos e scoprire le debolezze dei suoi nemici.Con cuore dolente ma con fiducia nell’aiuto del dio del suo paese, suo marito acconsente al suo progetto. Con l’addio al suo marito e al suo unico figlio, ella si recò ad un fiume per implorare il favore del dio del fiume e promettere che se la sua missione avesse avuto successo, avrebbe offerto al dio il sacrificio più costoso per lei. Mentre pregava, fu presa prigioniera dai nemici e portata via come prigioniera di guerra. Ma a causa della sua bellezza fu presa come schiava dal Re e dopo poco diventò la sua sposa. Per la sua intelligenza e il suo cuore nobile, ottenne il rispetto e la fiducia del Re. Con il permesso del Re ebbe la possibilità di vedere i guerrieri mentre si vestivano per la battaglia e imparò in poco tempo tutti i loro segreti. Scoprì che erano degli uomini ordinari e non degli dei e che quando entravano in battaglia mettevano dei mantelli strani di erba e bambù, e per questo avevano un’apparenza non naturale. Imparò che a motivo di questi mantelli di erba secca, avevano una grande paura del fuoco, e che se gli Ife correvano verso di loro con delle torce di fuoco, subito sarebbero stati sconfitti.

Appena poté scappò dal palazzo e dal territorio dei Igbos e fece ritorno al suo popolo. Parlava delle sue scoperte e incoraggiava i guerrieri ad essere forti, quando i nemici avessero assalito nuovamente il loro paese. Le sue notizie furono bene accolte e cresceva il coraggio in tutti quanti. Poco dopo, gli Igbos li assalirono ma furono totalmente sconfitti e la pace completa tornò nel Paese.
Riconoscente per il successo della sua missione, Moremi tornò al fiume e fece un grande sacrificio con pecore, uccelli e un bue ma il dio del fiume non era soddisfatto, ed insisteva che voleva il sacrificio del suo figlio. Moremi, addolorata, acconsentì alla richiesta e sacrificò il suo unico figlio Ela, il quale accettò di essere offerto per evitare che il popolo subisse delle sfortune per non aver accettato. Nel vedere tale triste spettacolo, gli Ife piangevano e promettevano di essere figli e figlie di Moremi per sempre, per sostituire il figlio che aveva perso. Riconoscenti dei sacrifici e dell’amore di Moremi per il popolo, gli Yoruba la stimavano molto e tuttora rendono onore alla sua memoria e a quella del suo figlio, Ela.
L’atteggiamento di reciprocità della comunità nel diventare figli e figlie di Moremi, dimostra che il dono del figlio di Moremi non si può ridare o scambiare alla stessa maniera; sono invece scambiati riconoscenza, amore ed adozione. Nella Veritatis Splendor Giovanni Paolo II insegna che “Il dono non diminuisce, ma rafforza l'esigenza morale dell'amore” (24).L’esempio di Moremi rafforza il vincolo di comunione fra la gente e la rende più comunità.