OBLATI DI SAN GIUSEPPE

Concluso con successo il week-end di formazione per operatori di Pastorale Giovanile al Getsemani di Paestum il 4 gennaio 2009

 

Oratorio e territorio: 4 gennaio 2009

L'Oratorio educa
L'oratorio educa la globalità della persona
L'oratorio educa tutti
L'oratorio è attento a tutte le persone
L'oratorio accoglie tutti e dà occasione a tutti e porta a fare delle scelte per il Signore
L'oratorio è attento agli ultimi
L'oratorio è l'ultima agenzia educativa
L'oratorio è uno degli ultimi baluardi di valori

Il responsabile laico del territorio

Premessa
Direi che per capire bene chi è e quali funzioni debba svolgere un Responsabile laico del territorio (RLT), bisogna mantenere la novità della figura, partire dalle esigenze che ci hanno spinto a cercare un'altra persona che non fosse direttamente coinvolta nell'attività oratoriana, non identificarla con qualche altra attività che si sta facendo a livello territoriale; deve piuttosto identificarsi con una apertura nuova della pastorale della parrocchia. Sarà interessante riflettere sul fatto che il RLT è strettamente connesso da un lato con la parrocchia e dall'altro con le associazioni di volontariato cristiane del territorio, le quali, normalmente, sono un soggetto pastorale indipendente dalla parrocchia, molto spesso hanno una vita "a tempo determinato". Cerchiamo allora, con le contrapposizioni che segnaleremo, chi deve essere il RLT.

Dai luoghi al territorio
La pastorale della parrocchia normalmente viene identificata con dei luoghi ben precisi, cioè l'oratorio, la chiesa, cosi da rappresentare una azione che avviene in determinati luoghi, che sono spazi ben definiti e subito identificabili dalle persone. A lungo andare, la gente identifica la chiesa con dei luoghi ben precisi, tanto che diventa un passaggio logico identificare i cristiani impegnati in coloro che passano, e a volte attraversano solo passivamente, questi luoghi.
In più di una occasione, adulti che hanno avuto dei trascorsi giovanili di impegno oratoriano anche di alto livello, ora che hanno fatto delle scelte di impegno differente da quello parrocchiale, manifestano il disagio di non incontrare "la chiesa" nei luoghi "laici" del territorio, nel sociale come nella politica: incontrano la parrocchia semplicemente quando vanno a messa alla domenica.
Il RLT deve rappresentare non l'esperto di turno che viene interpellato quando si vuole iniziare qualcosa di nuovo, o ci si trova di fronte a un nuovo problema di difficile soluzione;
la partenza non deve avvenire a partire dai bisogni, ma dalla consapevolezza che la presenza cristiana nel mondo deve essere costante e soprattutto di incontro e promozione di ciò che sul territorio si trova.
C'è bisogno di un RLT a tempo pieno? Non potrebbe essere una equipe di giovani che scelgono di non entrare in qualche associazione, ma si incaricano di coordinare e di formare coloro che lavorano nei diversi ambiti sociali?
La scelta di un RLT va nella direzione di presentare la scelta del territorio come scelta nuova della parrocchia, che si occupa direttamente di tutto ciò che significa "territorio", e lo fa con un laico che, con la sua specificità, "carismaticamente" si occupa delle cose del mondo.

Dalla struttura alla persona
Centro della pastorale diventa in modo più sensibile la persona, il singolo individuo che chiede spazio nel territorio: il RLT non deve offrire un luogo ma un cammino di crescita e maturazione umana, e quindi cristiana, e quindi si pone al centro dell'azione il bene dell'individuo e non il mantenimento della struttura e di un ordine che in essa deve necessariamente esserci. Se teniamo come esempio l'oratorio, comprendere quanto detto diventa semplice: l'oratorio è un luogo, uno "spazio fisico" ben definito e come ogni spazio ha bisogno di "segnali stradali" che indicano come muoversi; così, non tutti sono nella
possibilità di starci. È vero che l'oratorio deve essere possibilmente aperto a tutti, ma questo deve essere vero soprattutto nella testa, nello "spazio mentale" di chi è educatore in oratorio, mentre lo "spazio fisico" deve essere mantenuto con un certo ordine. Questo significa che chi non viene in oratorio, non è considerato lontano da avvicinare, è semplicemente una persona che si può incontrare nella "piazza"; penso che altri possano condividere questa affermazione: quando incontri qualcuno per la strada è più facile parlarsi a livello personale; in un luogo come l'oratorio il ruolo che occupi ti rende, molto spesso, troppo esigente, a volte inavvicinabile. Allora, decidere di avere un RLT può essere l'occasione per "convertirsi, dalle strutture alle persone"; penso che ciò possa giovare alle strutture stesse, che comunque devono "visibilmente" rimanere, ma con una grande apertura dello "spazio mentale".

Dalla contrapposizione al lavoro di rete
La proposta del RLT è certamente destrutturante per la parrocchia, perché si trova ad agire "solamente con le persone" e in uno spazio che altri già occupano da molto tempo. Diventa l'occasione per potersi mettere al pari di altri, proprio perché non si ha nessuno spazio da difendere e si vuole porre al centro il bene della persona. Questa scelta sembra mettere in gioco la priorità dell'annuncio cristiano, dato che sembra che ci si occupi solamente, in interventi concordati con il comune, con i servizi sociali, con le associazioni, dei bisogni materiali della persona. Probabilmente, invece, è l'occasione per suscitare la domanda più sincera che un cristiano possa sentirsi rivolgere: "Ma perché ti occupi di me?". Diventa  sempre più vero che bisogna avere il coraggio di parlare di Gesù nel momento in cui gli altri te lo chiedono: a quel punto, l'esigenza è proprio quella di "conoscerlo". Questo può avvenire nel momento in cui, da cristiani maturi, ci si occupa della concretezza della vita delle persone. La scelta del RLT può essere una preziosa opera di pre-evangelizzazione.

La scelta della città
L'Oratorio nasce dalla strada. Ci si dimentica spesso di questa "genesi", ma l'Oratorio viene da lì. Don Giuseppe Gilardi, il fondatore dell'Oratorio moderno, nel 1755 fondava a Milano l'Oratorio della Sacra Famiglia per "dare soltanto a questi fanciulli un pascolo spirituale... atteso che la per la maggior parte non sanno leggere, e tutti per la povera condizione non sono in positura di pagare alcuna annualità"; Don Bosco, qualche decennio dopo, girava nelle strade, nei riformatori, e lì cercava i ragazzi.

Quindi, c'è il problema della "strada". Quello della strada "normale", quella dei ragazzi e dei giovani che non vengono in Oratorio, o non ci vengono più. E quello della strada "emarginata", quella dei problemi sociali, dell'emarginazione, della droga. Di quest'ultima l'Oratorio si interessa non direttamente ma con iniziative di sensibilizzazione e di supporto alle agenzie specificamente impegnate nelle singole emarginazioni.
Occorre anche tener presente che la società civile, in ordine all'educazione della gioventù e all'animazione del tempo libero, è oggi molto carente.
La nota situazione economica attuale determina un forte calo degli investimenti in questo settore da parte degli Enti locali, che pure negli anni '70 e negli anni '80 avevano moltiplicato questo tipo di interventi anche se con risultati non certo esaltanti.
Vale la pena di tenere in considerazione questo fatto non tanto per riaprire oziose e desuete discussioni in ordine alla supplenza, quanto per prendere coscienza che oggi c'è ancora più bisogno di prima, e quindi occorre una maggior attenzione e attivazione alla "strada", a quel mondo giovanile cui non è rimasta, di fatto, alcuna altra possibilità che l'Oratorio.

Sappiamo che l'incontro di un ragazzo o di un giovane con la comunità cristiana del suo territorio può avvenire per diverse ragioni, a diverse età. Sappiamo anche che una parrocchia deve moltiplicare le possibilità di incontro dei ragazzi e dei giovani sul territorio.
Sappiamo ancora che dipende da noi rendere questo incontro il primo passo di una fraternità che condividerà fede e "pane"

Contatti da avere:
Servizi sociali e comune
Doposcuola
Consultori, ospedali
Associazioni e movimenti cattolici presenti in parrocchia
Associazioni e movimenti non cattolici presenti sul territorio
Associazioni sportive
Associazioni Culturali
Gli altri oratori, il vicariato, la diocesi


L’Animatore – educatore: 4 gennaio 2009

Molteplici e differenti sono le definizioni date al termine animazione; non è facile orientarsi. C'è chi assimila la figura dell'animatore a quella dell'intrattenitore da villaggio turistico o chi la confonde con colui che conosce molte "tecniche d'animazione" ed ha molte conoscenze. A nostro parere l'animazione, per essere Animazione con la A maiuscola, deve essere qualcosa di più:
Far emergere le potenzialità ("il bello") che c'è in ogni persona ed in ogni situazione.
Animare significa quindi saper "accendere i ragazzi", "avere voglia di stare con loro", renderli protagonisti senza "monopolizzare la scena".
     In quest'ottica l'animazione non è fine a se stessa ma diventa anche un'occasione educativa perché testimonia l'interesse per l'altro. In altre parole ciò vuol dire che non esistono situazioni educative di serie A e di serie B ma che nello stare insieme vi è sempre una potenzialità educativa.

ANIMATORE: UN PO' SI NASCE E UN PO’ LO SI DIVENTA
Un animatore vivace è una mescolanza integrata tra un competente di gruppo e un artista. Egli sa dosare e mescolare capacità di immedesimazione, sensibilità e intuizione con un certo carisma. Questo aspetto più artistico della personalità dell'animatore è apprendibile in certa misura, e in parte è certamente un dono.
D'altra parte l'animatore dovrebbe avere anche confidenza teorica con i concetti di dinamica di gruppo di scienza della comunicazione. ecc. Ciò significa allora che deve collegare le sue doti personali con i concetti teorici del lavoro di gruppo che si apprendono con lo studio.
Il gruppo è il vero campo di prova per l'educatore, il terreno in cui seminare, le orecchie a cui parlare, i cuori da educare, e al gruppo, ad ogni suo singolo componente, l'animatore dovrebbe donare le sue energie, la disponibilità, l'affetto, l'attenzione.
Non c'è e non vogliamo darvi una ricetta per "l'educatore ideale", poiché ognuno di voi ha un modo proprio ed unico di porsi di fronte ai ragazzi e di voler loro bene; tuttavia l'esperienza di molti progetti educativi e campi estivi ci hanno indicato alcuni comportamenti e vie privilegiate per un'educazione ed un'animazione efficaci, ve i proponiamo dunque affinché siano uno spunto, un'idea, un ronzio continuo per avere
sempre voglia di crescere e di migliorarsi.

I FUNGHI BUONI (ovvero gli atteggiamenti da favorire)

• Comunicare in modo accogliente
Nell'ambito degli studi sugli atteggiamenti in campo educativo si evidenzia sempre di più l'importanza degli atteggiamenti relazionali dell'animatore-educatore al fine di costruire un autentico ed efficace rapporto con i ragazzi. Seguendo questa linea di tendenza, quindi, quasi tutte le competenze a lui richieste vengono ricondotte alla qualità della relazione, che potrà essere raggiunta solo attraverso quella che definiamo una "comunicazione accogliente".

• Avere cuore per i ragazzi e avere i ragazzi nel cuore.
 Far capire che se siamo lì con loro non é perché non avevamo niente di meglio da fare ma perché loro sono importanti, le cose che dicono ci interessano ed essere con loro fa stare bene anche noi. Se il nostro affetto é sincero, trasparirà dai gesti e sarà più facile diventare loro amici, compagni, confidenti.

• Conoscere i ragazzi per farli sentire che sono un valore.
Conoscerne i nomi, la storia, i gusti, i punti deboli, i pregi, il modo con cui gioiscono o si arrabbiano.
Un gruppo funziona, é un buon gruppo, se l'animatore riesce a valorizzare le potenzialità di ciascuno rivolgendole ad un fine comune, se per ognuno c'é uno spazio da protagonista, un applauso, una lode.

• Fare dell'empatia il proprio mantello e della sensibilità il proprio cappello.
L'empatia è la capacità dell'animatore di "mettersi nei panni" dei membri del gruppo e di percepire i loro vissuti soggettivi, assumere il loro punto di vista, vedere il mondo con i loro occhi, com-prendere (nel senso di prendere su di sé) le loro gioie e i loro piccoli grandi dolori.
La sensibilità è quella di chi non giudica alla prima occhiata, non separa i buoni dai cattivi, non sentenzia, ma accoglie tutti con lo stesso calore ed offre a tutti la possibilità di essere se stessi, senza etichette e pregiudizi. È pericoloso e dannoso pensare che un "silenzioso" non abbia mai niente da dire, un "contestatore" brontoli sempre, un "gregario" non prenda mai l'iniziativa; in questo modo non ci si accorge delle idee interessanti che stanno dietro al silenzio, delle lamentele sensate coperte dal borbottio e delle tante proposte nascoste dall'insicurezza.

•Non sentire ma ascoltare, non vedere ma osservare
La conoscenza, la comunicazione passano attraverso l'ascolto; l'animatore dovrebbe "coltivare" un paio di "antenne" per captare gli umori, i desideri, gli interessi, le incomprensioni. Ascoltare dunque ma anche osservare i movimenti, i gesti, gli atteggiamenti per cogliere quello che viene detto non solo con le parole ma anche con i corpi.

• Sapere prima che tempo farà
È importante curare l'atmosfera del gruppo, favorire un clima di solidarietà e condivisione, promuovere l'accettazione incondizionata del compagno con cui si vive e si gioca, allenare al rispetto, esortare alla collaborazione, sapere che anche in un gruppo "felice" tra tanti giorni di sole può capitare qualche acquazzone, ma basta aprire un ombrello per continuare a sorridere.

• Partecipare e distanziarsi
Ci sono due limiti all'interno dei quali dobbiamo "giocare" l'animazione e l'opera educativa: la partecipazione ed il distanziamento.

La partecipazione é ciò che fa di un animatore-educatore un amico, una persona che si mette in gioco, attraverso il suo coinvolgimento nelle attività e negli interessi di coloro che anima, é ciò che consente di passare dal colloquio al dialogo, dall'unilateralità alla bilateralità.
L'animatore infatti non può soltanto chiedere, indagare, pretendere, raccogliere informazioni e confidenze, ma deve anche "darsi", concedere qualcosa di sé e della propria vita, dimostrando così di avere fiducia in chi l'ha accolto.
Il distanziamento é ciò che rende l'animatore un educatore. Soprattutto con i bambini ed i giovani l'animatore, infatti, non può essere "soltanto" un amico, perché deve essere anche un punto di riferimento, un aiuto, un sostegno; l'animatore sa molte più cose dei ragazzi, ha più esperienza, ha la capacità di individuare e mettere in evidenza i comportamenti sbagliati, di inserire nella vita e nei pensieri dei ragazzi degli elementi di dissonanza che possano aiutarli a riflettere e a mettersi in discussione.
Partecipare e distanziarsi, essere in mezzo e al tempo stesso restare fuori: é difficile lasciarsi coinvolgere e contemporaneamente distaccarsi per riflettere su chi abbiamo di fronte, é tuttavia indispensabile percepire quando dobbiamo camminare un passo avanti ai nostri ragazzi (per tracciare il percorso da fare insieme), un passo dietro (osservandoli nelle loro autonomie) o fianco a fianco.

• Instaurare una relazione integrata
Attraverso questi elementi, l'empatia, la comprensione, la partecipazione, il distanziamento, si costruisce una relazione che non é solo simmetrica, in cui animatore/educatore ed animato sono alla pari, né solo complementare, in cui l'animatore occupa una posizione superiore all'animato, ma integrata, all'interno della quale l'animatore ed i ragazzi sono differenti per competenze e capacità ma alla pari sul piano del valore e dell'importanza.

E dopo avere letto questa dispensa insieme a tanti altri libri, fatto corsi, imparato bans, studiato nuovi giochi e comprato tante nuove magliette sgargianti per l'estate...........ebbene tutto questo a nulla serve se non ci sono, la fantasia, la passione, l'entusiasmo, la creatività, il coraggio che rendono un animatore travolgente, accattivante, "seducente", che fanno ballare, cantare, giocare e dipingersi la faccia, che aiutano a superare gli ostacoli, entrare nelle pozzanghere e non stancarsi mai di donare un sorriso e un abbraccio ad ogni ragazzo che cammina al vostro fianco.

I FUNGHI VELENOSI (ovvero gli atteggiamenti da evitare)

* ERRORI "COMPORTAMENTALI"
Esistono alcuni atteggiamenti cognitivi e comportamentali, individuabili in gesti, parole, toni della voce ecc., che possono compromettere un esito positivo della comunicazione, che diviene caratterizzata da pregiudizi nell'animatore e attribuzione impropria di caratteristiche nei confronti dei ragazzi.
Tra questi possiamo evidenziare gli atteggiamenti di condanna, rifiuto e contrapposizione al gruppo e al singolo; la sfiducia, il pessimismo e l'ansietà che impediscono di cogliere gli aspetti positivi di ogni esperienza; l'indifferenza e l'incapacità di essere empatici e di stimolare l'emotività dei ragazzi; la rigidità e la poca elasticità che rendono incapaci di mettersi in discussione ogni giorno; la paura di mettersi in gioco all'interno di relazioni interpersonali autentiche.
Per questo motivo un bambino o un ragazzo con cui "non c'è niente da fare" o che "non farà mai niente di buono", riceverà molte attenzioni solo in concomitanza di comportamenti negativi o inadeguati, che saranno rinforzati e si ripeteranno in futuro, mentre verranno visti con diffidenza i suoi atteggiamenti positivi che lentamente si estingueranno.
Al contrario il ragazzo che "farà della strada" o che "è sempre attento" otterrà numerose gratificazioni per le azioni positive, e sarà spronato e incoraggiato anche nelle situazioni in cui dovrebbe essere ripreso (sarà un'eccezione, oggi forse non si sente bene, avrà qualche problema a casa o con gli amici).

• ERRORI TECNICI DELLA COMUNICAZIONE
Il doppio legame o la comunicazione paradossa

Si crea una situazione di doppio legame quando si trasmette un messaggio in cui sono contenute due informazioni, corrispondenti a due ordini che esortano ad adottare due comportamenti nettamente contradditori, nel senso che se si obbedisce ad un ordine si trasgredisce l'altro e viceversa. Gli esempi possono essere numerosi: "Parla pure, non preoccuparti" (ragazzo: parlo anche, ma mi preoccupo perché se non dico le cose giuste vengo rimproverato); "Pensaci bene, perché lo sai" (ragazzo: io ci penso bene. molto bene, me proprio non lo so),, "Non avere paura di sbagliare" (ragazzo: non posso non aver paura, perché se sbaglio un rimprovero non me lo leva nessuno e di questo ho paura); "Sii te stesso" o "Sii spontaneo" (ragazzo: io sono me stesso adesso, e se faccio come vuole l'educatore lo rendo felice ma smetto di essere ciò che sono in realtà).
Questo tipo di comunicazione risulta estremamente ambigua e disorientante per il ragazzo, che è posto di fronte a scelte conflittuali e che o sceglie di essere se stesso contrapponendosi talvolta ai desideri dell'educatore, o si adegua a ciò che gli viene richiesto per compiacere ma perde di vista la propria personalità.

L'effetto pigmalione o le profezie che si autoavverano
Questo particolare effetto si verifica nel momento in cui nell'educatore si creano determinate aspettative positive o negative nei confronti di uno o più ragazzi, i quali, proprio a causa del comportamento messo in atto dall'educatore, finiscono per adeguarvisi e trasformarsi in buoni o cattivi alunni a seconda delle previsioni fatte. Tale effetto è comprensibile se si considera che un individuo il quale nutre determinate aspettative nei confronti di altri individui. molto probabilmente emetterà segnali, non intenzionati e più o meno sottili (persistenza dello sguardo, sorrisi, ammiccamenti, cenni di assenso, parole contatto, parole di approvazione ecc.), in corrispondenza del manifestarsi di comportamenti che si adeguano a quella aspettativa. provocandone cosi la riproduzione attraverso il meccanismo del rafforzamento.

RIASSUMENDO DOBBIAMO SEMPRE GUARDARCI DAGLI EFFETTI:

Pigmalione: nutrire aspettative pregiudiziali che producono nei ragazzi certe risposte "attese".
Stereotipia: estendere il giudizio che riguarda una prestazione a tutte quelle future e alla persona stessa.
Alone: essere influenzati nel giudizio su una prestazione da elementi non inerenti alle prestazione, quali tratti della personalità, atteggiamenti precedenti, simpatie personali ecc.
Contrasto: essere influenzati dal confronto con prestazioni migliori o peggiori degli altri ragazzi.
Risultati complessivi attesi: essere influenzati dal pregiudizio secondo cui in un gruppo una certa percentuale deve comportarsi bene. un'altra male e un'altra essere nella media.
RICORDARCI DEI PRINCIPALI ERRORI TECNICI DELLA COMUNICAZIONE:
- ATTEGGIAMENTO CHIUSO E DISINTERESSATO
-  ASSENZA DI FEEDBACK O FEEDBACK NON COSTRUTTIVI
-  MESSAGGIO CONFUSO E/O TROPPO LUNGO
-  LINGUAGGIO INADATTO

PRINCIPI DI COMUNICAZIONE
- La nostra rappresentazione della realtà non è la realtà (la mappa non è il territorio!!)
 - Ogni comportamento è comunicazione: non si può non comunicare (I° assioma della comunicazione)
- C'è sempre un aspetto di contenuto (informazione) e uno di relazione (informazioni
sulle informazioni: la cosiddetta Metacomunicazione - metalinguistica e CNV) - II assioma della comunicazione; infatti nella comunicazione si utilizza sia il MODULO NUMERICO (parole/convenzioni) che ANALOGICO (CNV)
-  Il significato di un messaggio è dato dalla reazione che esso suscita: non c'è risposta giusta o sbagliata, c'è solo feedback Vero non è quello che IO dico ma quello che TU senti ovvero IL SENSO DI UNA COMUNICAZIONE NON È L'INTENZIONE DELL'EMITTENTE MA L'EFFETTO PRODOTTO, LA REAZIONE DEL RICEVENTE.
- Per capire meglio l'altro è preferibile incontrarlo sul suo terreno
- La comunicazione ha tre pilastri fondamentali: ascolto, osservazione ed empatia
- L'esperienza interna ha la stessa validità dell'esperienza esterna
- Una persona fa la scelta migliore tra quelle che le sembrano in quel momento possibili e… quante più scelte si hanno, meglio è (creatività!!)
- In qualche parte la persona possiede le risorse di cui ha bisogno (fiducia!!)
- Non c'è comunicazione efficace senza fiducia (occorre sempre il rapporto) i segnali del piano del contenuto si possono comprendere tanto meglio quanto più positiva è la dinamica della relazione fra gli interlocutori (corollario del II assioma)
- Gli esseri umani sono più complicati delle teorie che li descrivono

INOLTRE RICORDIAMOCI SEMPRE CHE NELLA COMUNICAZIONE…
• IO penso di dire 100 cose / riesco a dirne 70; L'ALTRO ne recepisce 45 / ne capisce 20 / ne ricorda 8-10 (magari qualcosa da noi non intenzionalmente comunicato!!)
 • Solitamente si presta una ATTENZIONE MOLTO SELETTIVA ai messaggi che riceviamo e si tende a INTERPRETARLI in funzione dei nostri bisogni personali e sociali
• è difficile farsi capire, ma anche capire: 1) il fraintendimento è all'ordine del giorno … quante volte abbiamo litigato per niente !!!) 2) è sempre utile precisare perché crea delle "derive" che possono rendere problematica la relazione 3) è fondamentale mettersi nei panni dell'altro (empatia) 4) la lode nel processo di apprendimento è fondamentale (quasi mai invece c'è incoraggiamento mentre sarebbe importante sottintendere un "è difficile comunicare, ma sono contento di farlo con te)
• bisogna saper cambiare a seconda della persona che ho di fronte
• il contesto nel quale il messaggio è percepito determina il significato che gli si attribuisce (per esempio le dinamiche cambiano e le difficoltà aumentano se il mio ruolo è pubblico, cioè se ci sono più persone che mi stanno a sentire)
• è meglio non farsi condizionare da ciò che ci hanno raccontato dell'altro e non guardiamo troppo indietro (al tale è successo questo e quest'altro, ecc, ecc)
• non c'è un migliore: la domanda giusta non è "chi ha ragione e chi ha sbagliato ?" bensì  "cosa possiamo fare per comunicare meglio e per capirci?
• gli altri hanno diritto di essere come sono: la diversità arricchisce mentre l'omologazione spegne, annoia e, alla lunga, uccide
• ripetere lo stesso gesto/parola (urlare più forte) non aiuta, anzi può creare disastri
• non prendiamoci troppo sul serio (in fondo ridere di se stessi è un po' come vedersi dall'esterno e guardare gli altri)
• Si ha un "effetto ruota" in cui l'atteggiamento di chi ascolta rinforza (positivamente o negativamente) chi parla
• È importante distinguere tra processo di informazione (È LINEARE) e processo di comunicazione (È CIRCOLARE)  comunicare significa mettere in comune, in ultima analisi significa VIVERE!!!
• Il sorriso, se sincero e disinteressato, apre le porte: "Se qualcuno ci chiede un piatto di minestra, diamolo sempre ma diamo anche un fiore".

(Testi di Pepita società cooperativa sociale onlus)